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UN LABORATORIO DI PENSIERO E RIFLESSIONE FATTO DAI LAVORATORI:
il diario della crisi

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giovedì 9 ottobre 2014

La rivoluzione di Piketty: "Salario minimo e supertasse sugli stipendi dei manager"

"Stiamo tornando in una situazione ottocentesca"  è il  grido di allarme dell'autore del best seller "Il Capitale del XXI secolo" che ha denunciato la crescente disuguaglianza tra ricchi e poveri.  Suggerisce alcune soluzioni per evitare che la divaricazione tra capitale e reddito si accentui ancora di più. "Sanzioni commerciali contro gli Stati che aiutano gli evasori".

 Thomas Piketty, economista e professore
 alla Ecole des hautes études en sciences 
 sociales (Parigi)

La rivoluzione di Piketty: "Salario minimo e supertasse sugli stipendi dei manager" MILANO - La barba non ce l'ha e il soprannome di novello Marx affibbiatogli dall'Economist se lo è aggiudicato con il titolo del suo libro "Il capitale del XXI secolo" (Bompiani) e con il merito di aver riportato il dibattito economico sulle disparità tra ricchi e poveri. Un divario che l'economista francese giudica incolmabile perché chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco perché il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell'economia reale (Pil) e del reddito, con buona pace di chi vive di solo stipendio. Per di più, in uno scenario come quello europeo, in cui l'economia non cresce, sarà facilissimo per chi vive di rendita mantenere la propria posizione di preminenza. La via d'uscita suggerita da Thomas Piketty è la tassazione progressiva dei grandi patrimoni accompagnata da una politica almeno europea, se non mondiale, capace di smascherare chi vuole celare la propria ricchezza. Come? Con una lotta senza quartieri ai paradisi fiscali e con norme severissime sull'evasione.
Per lei la crescita della ricchezza di pochi a danni di molti è inarrestabile perché il capitale cresce sempre più in fretta dell'economia reale. "Non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio". Come si potrebbe ridistribuire la ricchezza?
"Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un'eccezione e un'illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita. Il paradosso del matrimonio rappresenta una visione cinica della vita, ma per quanto uno studente possa investire sul suo futuro non potrà mai raggiungere la ricchezza di chi ha ereditato un patrimonio. E così se la sua ambizione è diventare ricco, farà meglio a sposare una ragazza senza qualità, né bella né intelligente, ma molto ricca. L'unica soluzione è quella di ripristinare la meritocrazia, altrimenti nei Paesi a crescita demografica vicina allo zero o negativa le eredità avranno un peso sempre maggiore".
Una forma di ridistribuzione potrebbe essere il salario minimo: è davvero utile o è solo una battaglia d'immagine che rischia di livellare gli stipendi verso il basso?"Il salario minimo serve davvero. È un ottimo strumento per avviare la ridistribuzione del reddito, ma da solo non basta. Resto convinto che servano soprattutto investimenti nella formazione dei lavoratori, altrimenti il provvedimento resterebbe lettera morta e si avrebbe un livellamento verso il basso. Di certo bisogna trovare nuove formule di negoziazione contrattuale. E anche il ruolo dei sindacati è destinato a cambiare."
I rappresentanti dei lavoratori sono ancora importanti? In Italia sono spesso all'angolo.
"Io credo siano molto importanti, basterebbe guardare al ruolo che hanno in Germania con la cogestione e la presenza all'interno dei consigli di amministrazione delle aziende. Servono leggi che aumentino le responsabilità dei rappresentati dei lavoratori, in modo da renderli anche più consapevoli. In Francia è stata approvata una legge in questo senso, ma gli imprenditori si sono ribellati e così ai rappresentati dei lavoratori nei consigli di amministrazione spetta solo un posto ogni venti consiglieri: una legge così non serve a molto".


La rivoluzione di Piketty: "Salario minimo e supertasse sugli stipendi dei manager"Dal salario minimo, al tetto di 240mila euro agli stipendi per i manager pubblici. Può servire?
"Certo, ma non solo nel settore pubblico. Un provvedimento del genere, però, ancora una volta, andrebbe coordinato a livello europeo. Oltre certo soglie alcuni stipendi non hanno proprio senso. E poi non si può valutare un manager solo sulla base dei risultati in Borsa e sull'utile. Andrebbe valutato anche per il numero di posti di lavoro che crea per esempio".
Per Adriano Olivetti "nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l'ammontare del salario minimo". Lei ha mai pensato quale dovrebbe essere il giusto rapporto?
"No, ma penso che l'intervento migliore sarebbe sul livello di tassazione. Negli Stati Uniti, tra il 1930 e il 1980, il tasso marginale d'imposta sui redditi più elevati è stato in media all'82% con punte superiori al 90% e di certo non ha ucciso il capitalismo americano, anzi la crescita economica di quegli anni è stata molto più forte che dal 1980 a oggi. Quando è arrivato Ronald Reagan e il tasso marginale è passato dal 1980 al 1988 dal 70% al 27%".
Il governo Renzi si gioca molto sulla riforma del lavoro: salario minimo, contratti a tempo indeterminato, ma anche revisione dell'articolo 18 e quindi licenziamenti più facili. Come giudica la proposta?
"Non conosco abbastanza bene le leggi italiane sul lavoro, ma è evidente che troppa rigidità non funziona, così come non funziona troppa flessibilità. Serve sempre il giusto equilibrio, ma non possiamo pensare che l'alto livello di disoccupazione in Europa  -  e in Italia  -  sia colpa delle regole: il problema è nelle politiche economiche. Senza investimenti non si crea fiducia e non si cresce. Di certo la stabilizzazione dei lavoratori aiuterebbe la ripresa dei consumi e gli investimenti delle imprese sulla formazione".
Nella Legge di Stabilità italiana ci saranno due miliardi per la riduzione delle tasse sul lavoro e un miliardo per la scuola. Sarà inserita pure una quota aggiuntiva di 1,5 miliardi per estendere gli ammortizzatori sociali. E' la strada giusta?
"Di certo è meglio dell'austerity. E' un segnale importante, perché si torna a spendere e la crescita si fa con gli investimenti, ma purtroppo la soluzione non può arrivare solo dall'Italia perché questo non è un tema solo italiano. La crescita della Germania sta rallentando e l'Europa è ferma, c'è stata troppa austerity. Serve un cambio di regole a livello europeo: tutto è incentrato sui parametri di Maastricht che sono stati decisi a priori senza un voto del Parlamento. All'Eurozona serve fiducia e senza democrazia non ci può essere fiducia".
Sta dicendo che i parametri di Maastricht su debito e deficit sono sbagliati?
"Sto dicendo che sono stati fissati in modo sbagliato, senza un intervento del Parlamento europeo. E poi sono convinto che l'Eurozona vada ripensata. Come possiamo avere una moneta unica e poi 18 deficit diversi, 18 debiti pubblici diversi? Come è possibile creare fiducia quando ci sono Paesi che pagano meno dell'1% di interessi sul loro debito pubblico e altri che ne pagano il 4 o 5%? A questi livelli di debito l'uno percento in più o in meno equivale a un punto in più o meno di Pil: stiamo parlando di più dell'intero budget destinato alle scuole e alle università francesi. Gli Stati devono capire che se vogliono creare fiducia non possono più fissare paletti in anticipo senza che ci un voto del Parlamento europeo".
Nel suo libro, lei chiede più trasparenza sui redditi e sulla ricchezza privata, in modo da mettere i governi in grado di contrastare la disuguaglianza tra ricchi e poveri. Come si potrebbe ottenerla in un'Europa i cui principali Stati hanno tutti un piccolo paradiso fiscale a disposizione?
"Ancora una volta la risposta è la stessa: serve un'azione coordinata di tutti i Paesi per ridurre questa patina di opacità. Eppure qualcosa sta cambiando. In Svizzera è caduto il segreto bancario e la Ue sta attuando una stretta sull'elusione fiscale. Mi spiace solo che per arrivare a questo punto si siano dovute aspettare le sanzioni degli Stati Uniti nei confronti delle banche svizzere, altrimenti, probabilmente non sarebbe successo nulla. Bisognerebbe istituire della sanzioni commerciali sia per i Paesi che per i soggetti che sfruttano queste falle nel sistema".
Davvero solo una guerra potrebbe allentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri?
"No, una guerra no, ma delle pesanti sanzioni commerciali sì".
Per molti il suo libro è un manifesto politico. Ha ambizioni di questo tipo?
"No, assolutamente. La mia ambizione è studiare e scrivere. Ho il massimo rispetto per chi fa politica, ma non è il mio mestiere. Voglio cercare di far circolare le idee: credo che sia il miglior modo in cui posso aiutare la democrazia".
Lei però è diventato il simbolo del movimento 99% e di Occupy...
"Non so se sono un simbolo, mi fa piacere però pensare di aver contribuito a creare coscienza e conoscenza. Il mio intento era quello di scrivere un libro accessibile a tutti, un libro democratico che raccontasse la verità".

rassegna stampa: Repubblica 8.10.2014


mercoledì 8 ottobre 2014

Fmi: Vinals, crescenti eccessi nell'assunzione di rischi finanziari



Fmi: Vinals, crescenti eccessi nell'assunzione di rischi finanziariI legislatori si trovano a fare i conti con un nuovo squilibrio globale: non sufficiente assunzione di rischi a sostegno della crescita ma crescenti eccessi nell'assunzione di rischi finanziari. Lo sostiene Josè Vinals, consigliere finanziario del Fondo monetario internazionale, nel testo del discorso preparato per la presentazione del primo capitolo del Global Financial Stability Report pubblicato oggi. L'esperto invia altri due messaggi: riconosce che le banche sono "più sicure" ma potrebbero non essere forti a sufficienza per sostenere la crescita. E lo spostamento del rischio verso il settore bancario ombra (che alza i rischi di mercato e liquidità), se non affrontato, potrebbe "compromettere la stabilità finanziaria globale". Ecco perché, aggiunge, Vinals, "dobbiamo promuovere l'assunzione di rischi economici migliorando la trasmissione della politica monetaria all'economia reale". Gli eccessi finanziari vadano risolti con politiche micro e macroprudenziali. 

rassegna stampa: Milano Finanza 8.10.14

sabato 4 ottobre 2014

Fmi: 'I banchieri restituiscano i bonus se loro decisioni hanno causato danni' - Il Fatto Quotidiano

Fmi: 'I banchieri restituiscano i bonus se loro decisioni hanno causato danni' - Il Fatto Quotidiano
Fmi: “I banchieri restituiscano i bonus se loro decisioni hanno causato danni”

Washington sostiene che "i compensi degli alti dirigenti devono essere allineati in modo più appropriato" fino a rendere quanto assegnato per le perdite causate da decisioni sbagliate o troppo rischiose 

Fmi: “I banchieri restituiscano i bonus se loro decisioni hanno causato danni”I top manager bancari dovrebbero restituire i bonus ricevuti se i dirigenti hanno causano danni a lungo termine con decisione sbagliate e troppo rischiose. Lo sostiene il Fondo monetario internazionale in uno dei capitoli analitici dell’aggiornamento del Global Financial Stability Report. Il Fondo sottolinea che “vi è un ampio consenso sul fatto che i rischi eccessivi presi dalle banche abbiano contribuito alla crisi finanziaria globale” e per questo “sono in corso riforme per rafforzare ulteriormente il quadro normativo, riallineare gli incentivi e favorire un comportamento prudente dei banchieri”.
“La riforma della finanza ha fatto molto per migliorare gli standard di governance e di compenso dei manager ma in alcune aree è necessario fare di più, rendendo i compensi dei manager più sensibili ai rischi di default e più dipendenti ai risultati di lungo termine”, mette in evidenza Gaston Gelos, responsabile della divisione sulla Stabilità Finanziaria Globale del Fmi. “I banchieri dovrebbero essere premiati per la creazione di valore di lungo termine, non per le scommesse di breve termine. Anche se assumere una dose salutare di rischi è parte della mission della banca, qualche volta ne vengono assunti di più di quanto non sia socialmente desiderabile”.
Le pratiche salariali, raccomanda ancora Washington, “devono riflettere appieno i rischi che i banchieri prendono”. I risultati dell’analisi del Fondo “mostrano che le banche con membri del consiglio che guadagnano indipendentemente dalla gestione si assumono meno rischi”. Nel rapporto si sostiene che i compensi dei top manager devono essere allineati “in modo più appropriato” con “metodi di differimento delle compensazioni” e anche con delle vere e proprie “restituzioni” di quanto assegnato come bonus di risultato.
“I compensi dei banchieri e la governance devono essere migliorati se si vuole un sistema finanziario più sicuro”, afferma ancora il Fmi, sottolineando che i compensi dei manager dovrebbero essere adeguati al rischio e nei consigli di amministrazione dovrebbero sedere amministratori indipendenti e si dovrebbe valutare la possibilità di dare accesso ai creditori nei cda: “La trasparenza è essenziale per la responsabilità e l’efficacia della disciplina di mercato”.
Dopo essere calati in seguito alla crisi, i compensi degli amministratori delegati hanno recuperato, mette in evidenza ancora il Fondo, precisando che il ruolo degli incentivi di lungo termine è in aumento. La quota degli amministratori indipendenti  è cresciuta sia in Europa che negli Stati Uniti così come il ruolo delle funzioni legate al rischio.

rassegna stampa:  Il Fatto Quotidiano 1 ottobre 2014


giovedì 2 ottobre 2014

Conti pubblici, Padoan: “Caduta Pil Italia superiore a Grande depressione ’29″

Il governo garantisce a Bruxelles che se le sue ricette non funzioneranno, nel triennio 2016-18 saranno chiesti agli italiani oltre 50 miliardi di euro. Il ministro dell'Economia in calce alla nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza: “L'area dell’euro è a un bivio, occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”. Tutti i conti che hanno portato al rinvio del pareggio di bilancio


Conti pubblici, Padoan: “Caduta Pil Italia superiore a Grande depressione ’29″“In termini cumulati la caduta del Pil in Italia è superiore rispetto a quella verificatasi durante la Grande depressione del ’29”. E’ la conclusione a cui è arrivato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con l’aggiornamento del Documento di economia e finanza. “L’area dell’euro è a un bivio”, aggiunge il ministro sottolineando che i Paesi in assenza di interventi “rischiano di avvitarsi in una spirale di stagnazione e deflazione”. Quindi “occorre muovere con decisione su più fronti nella consapevolezza che in assenza di una ripresa robusta la tenuta del tessuto produttivo e sociale risulterebbe a rischio, la ricchezza delle famiglie minacciata, le prospettive dei giovani compromesse”. Dal canto suo l’Italia mette un punto fermo sugli impegni presi garantendo fin da ora che se non ce la farà nel 2015, l’anno successivo i soldi mancanti saranno chiesti ai contribuenti e scatteranno in automatico gli aumenti dell’Iva e delle altre imposte indirette per un controvalore di 12,6 miliardi sul 2016, 17,8 miliardi nel 2017 e 21,4 miliardi nel 2018. 
L’impegno è scritto nero su bianco in coda alla nota di aggiornamento del Def approvata dal Consiglio dei Ministri di martedì sera, dove si certifica che a peggiorare le attese sui conti pubblici c’è innanzitutto un apporto meno ricco del previsto dalle cosiddette privatizzazioni per un peso inferiore alle stime calcolabile in 0,4 punti di Pil nel 2014, al quale si somma un fabbisogno che sarà superiore di 0,7 punti rispetto alle previsioni. Sono queste, insieme alla minor crescita, due componenti che – secondo quanto riportato nel Documento di economia e finanza (Def) – porteranno il debito pubblico a fare un salto di 3,7 punti rispetto al 2013. Il governo rassicura comunque che, per quanto riguarda le privatizzazioni – il cui controvalore quest’anno si fermerebbe quindi a 0,3 punti di Pil (circa 4,8 miliardi) – torneranno a contare per 0,7 punti di Pil annui dal 2015. 
Ma come verranno finanziate le promesse e gli impegni di spesa presi dal governo in questi mesi, dal bonus Irpef di 80 euro alla riduzione dell’Irap per le imprese fino ai nuovi ammortizzatori che dovrebbero andare di pari passo con la riforma del lavoro contenuta nel Jobs Act? Sorpresa: “Solo parzialmente con riduzioni di spesa”, cioè la grande operazione di spending review a cui il commissario Carlo Cottarelli ha lavorato fino a quando il presidente del Consiglio lo ha “accompagnato all’uscita”. La Nota di aggiornamento ammette infatti esplicitamente che gli “interventi strutturali” previsti dalla prossima legge di Stabilità saranno coperti in gran parte ampliando il deficit. Quello “tendenziale” si attesterebbe, nel 2015, al 2,2% del Pil. Ma il governo intende farlo salire fino al 2,9 per creare, appunto, “spazi per ridurre in modo permanente la pressione fiscale per le famiglie con redditi da lavoro medio-bassi e per le imprese”. “Spazi” non da poco: una differenza dello 0,7% del Pil vale intorno agli 11 miliardi. Circa metà, dunque, di quanto necessario per finanziare la Stabilità. Da notare, tra l’altro, che quel margine di manovra si è aperto solo perché, per fattori esterni al controllo del governo, quest’anno la spesa per interessi sul debito pubblico sarà più bassa del previsto: 76,7 miliardi contro gli 82,6 stimati nel Def dello scorso aprile. Merito delle misure messe in campo dalla Banca centrale europea, che hanno contribuito a ridurre le tensioni sui mercati, e della nuova metodologia di contabilità pubblica Esa 2010.
Quanto agli effetti delle riforme, Padoan ostenta grande fiducia in quella del lavoro: “La rete di ammortizzatori sociali verrà rafforzata e resa più inclusiva. Le imprese potranno gestire in maniera più efficiente l’attività produttiva reagendo con maggior prontezza alle evoluzioni cicliche”, scrive il ministro nella nota. Peccato che, si legge in un “focus” sull’impatto delle riforme stesse sulla crescita, l’esecutivo abbia dovuto “rivedere le stime” sugli effetti macroeconomici “per tener conto dei ritardi nell’approvazione dei provvedimenti attuativi“. Di conseguenza nel 2015 le riforme programmate dal governo avranno un effetto sul Pil di soli 0,4 punti anziché 0,7 come ipotizzato in precedenza. Per vedere un effetto importante, di +3,4 punti, bisognerà aspettare il 2020. E solo nel “lungo periodo” si arriverà a 8,1 maggiori punti di crescita. In particolare dalla riforma della Pubblica amministrazione sono attesi 0,1 punti nel 2015 (contro 0,2 previsti nel Def di aprile), 3,4 nel 2020 e 8,1 nel lungo periodo, dalle misure per la competitività si va da 0,1 del 2015 a 3,2 del lungo periodo e dalla riforma della giustizia 0,1 nel 2015 e 1,0 nel lungo periodo. E gli interventi sul lavoro, su cui tanto punta Matteo Renzi? La Nota stima l’effetto in un +0,1 nel 2015, contro il +0,3 stimato in precedenza, +0,9 nel 2020 e +1,6 nel lungo periodo.
Questo, in sintesi, il documento, che termina con dettagliatissime risposte ai rilievi Ue, fa slittare il pareggio di bilancio al 2017 e punta sui tagli di spesa.In coda a tutto, per rassicurare i “guardiani” di Bruxelles, la clausola di salvaguardia sulle aliquote Iva e sulle altre imposte indirette. Una stangata che si punta ad evitare ma che vale complessivamente oltre 50 miliardi nel triennio 2016-18 e sarà contenuta nella legge di Stabilità. L’anticipazione è stata inserita in risposta alle raccomandazioni Ue, a garanzia degli obiettivi di medio termine. Ipoteca sul futuro a parte, la manovra d’autunno conterrà una misura per il calo delle tasse che dovrebbe attestarsi tra i 20 e i 22 miliardi di euro. Per allentare la pressione fiscale servono all’incirca 10 miliardi (7 per confermare il bonus degli 80 euro e altri 2 circa per la nuova riduzione in favore delle imprese). Il menù includerà poi, l’allentamento del patto di stabilità interno (per 1 miliardo), risorse per la scuola (1 miliardo) e per i nuovi ammortizzatori sociali (1,5 miliardi). Ci sono poi da coprire le spese indifferibili (tra i 4 e i 5 miliardi) e 3 miliardi per evitare il taglio lineare degli sconti fiscali, eredità del governo Letta. Oltre a un aggiustamento dei conti, ridotto rispetto alle attese in virtù dello slittamento del pareggio di bilancio al 2017, ci sarà, si legge nel Def, una “variazione positiva saldo strutturale di 0,1 punti percentuali di Pil”, circa 1,5 miliardi. 


mercoledì 1 ottobre 2014

Fmi: le «banche ombra» valgono più del Pil di Usa, Europa e Cina

Lo shadow banking vale oltre 60.000 miliardi di dollari a livello mondiale, più del Pil di Stati Uniti, Unione Europea e Cina messi insieme. Il calcolo è contenuto nel Rapporto sulla stabilità finanziaria globale del Fondo monetario internazionale, secondo cui il dato si muove tra i 15 e i 25 trilioni di dollari negli Stati Uniti, tra i 13,5 e i 22,5 trilioni di dollari nell'area dell'euro, tra i 2,6 e i 6 trilioni di dollari in Giappone e intorno ai 7 trilioni nei Paesi emergenti, dove «il suo ritmo di crescita sta superando quello del sistema bancario tradizionale».
Secondo Gaston Gelos, direttore della divisione per l'analisi finanziaria globale del Fondo, «gli stessi fattori guidano la crescita dello shadow banking nei diversi Paesi». In particolare, sottolinea, il fenomeno «tende a decollare quando si mettono in campo regolamentazioni bancarie stringenti, che spingono all'aggiramento delle regole. Inoltre, cresce quando i tassi di interesse e gli spread sui rendimenti sono bassi e gli investitori cercano ritorni piu' alti e quando c'è un’ampia domanda istituzionale per attività sicure, per esempio da compagnie assicurative e fondi pensione».
In totale, calcolano i tecnici dell'istituto di Washington, lo shadow banking conta per circa un terzo del rischio sistemico complessivo negli Stati Uniti, piu' o meno come il sistema bancario tradizionale. Il peso è invece più basso in Gran Bretagna e nella zona dell'euro che «hanno ancora sistemi fiannziari piu' bancocentrici». Tra i paesi emergenti, avverte il Fondo, «uno stretto monitoraggio» merita la Cina dove lo shadow banking arriva a una quota compresa tra il 35 e il 50% del Pil e cresce a un ritmo del 20% annuo».
Anche lo shadow banking, però, «può avere effetti benefici». In particolare, «allarga l'accesso al credito, specialmente nelle economie emergenti, dove la rete bancaria tradizionale trova speso freni regolamentari o di capacità». Nelle economie avanzate, «molti fondi hanno provveduto a fornire credito a lungo termine al settore privato mentre le banche riducevano i loro finanziamenti». Lo shadow banking, inoltre, «puo' migliorare l'efficienza del sistema finanziario, rafforzando la liquidita' del mercato e la condivisione dei rischi».
Il Fondo invita i Paesi a monitorare il fenomeno e sottolinea che «il grado di di supervisione e regolamentazione dovrebbe dipendere da quanto esso contribuisce al rischio sistemico». Ma «cruciale», avverte il rapporto, e' «la cooperazione internazionale». I rischi infatti «aumentano quando le iniziative regolamentari sono realizzate soltanto da pochi Paesi o quando sono poco coordinate. Una stretta regolamentare in un Paese, per esempio», conclude l'Fmi, «potrebbe portare alla migrazione delle attivita' in un altro Paese dalle regole piu lassiste».


rassegna stampa: Il Sole 24 Ore 1 ottobre 2014

martedì 30 settembre 2014

Credit crunch, Confesercenti: in tre anni persi 103 miliardi di euro di prestiti alle imprese

Il credit crunch è tutt’altro che terminato. Ad agosto lo stock di prestiti alle imprese – comprensivi delle sofferenze – si è fermato a quota 913 miliardi: ben 103 miliardi di euro di prestiti in meno rispetto al novembre 2011, con un crollo complessivo del 10,2%”. A lanciare l’allarme è Massimo Vivoli, vice presidente vicario di Confesercenti e presidente di Italia Comfidi,dopo l'intervento a Montecitorio del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Quest’ultimo ha ricordato come “il credito all`economia continua a contrarsi in più paesi, tra cui l`Italia e la dispersione delle condizioni di costo è ancora significativa”.
“Grazie all’intervento della Bce negli ultimi mesi – spiega Vivoli – abbiamo assistito a un lento miglioramento della dinamica dei prestiti alle imprese, che però sono rimasti sempre in territorio negativo: il dato di agosto mostra ancora una diminuzione dell’1,3% rispetto all’anno precedente. A soffrire di più, come sempre, sono le imprese più piccole: quelle con meno di cinque addetti, sempre nel mese di agosto, mostrano una flessione del 2,3%, quasi il doppio di quella registrata dalle imprese maggiori (-1,2%)”. “E’ difficile parlare di ripresa in questo scenario – prosegue - Per questo chiediamo che il Governo intervenga con sollecitudine percorrendo la strada indicata con lungimiranza e chiarezza da Draghi e Bce, spingendo le banche a creare le condizioni per agevolare l’accesso al credito di imprese e famiglie e far ripartire, in questo modo, l’economia italiana”.

rassegna stampa: Finanza.com 30.09.14

giovedì 25 settembre 2014

Save Children, 4 milioni i minori poveri in Italia

Sono 1,4 milioni in povertà assoluta. Dal 2012 al 2013 sono aumentati di 400 mila unità (+34%).


La crescita della povertà assoluta è stata più marcata nel Mezzogiorno (+5,2 punti percentuali, passata dal 13,9 al 19,1, pari al 37% in più), ma non ha risparmiato le regioni del Nord (+2,9 punti percentuali, dall'8,3 all'11,2%, pari al 35% in più) e del Centro Italia (+2 punti percentuali, dall'8,2 al 10,2%, pari ad un aumento del 24%).

Anche la povertà relativa è in aumento, arrivando a quasi 2 milioni 400 mila minori, il 23% del totale e con un aumento significativo di 300 mila unità in un solo anno, dal 2012 al 2013 (+2,7 punti percentuali, passando dal 20,3 al 23%, con un incremento dell'13%). Se al Nord e Centro la percentuale di bambini ed adolescenti in povertà relativa è di poco inferiore al 15% (13,6% e 14,7% rispettivamente), al Sud raggiunge quasi il 40%. Tutte le regioni del Sud hanno infatti percentuali di povertà relativa al di sopra della media nazionale, con punte massime in Sicilia e Calabria dove circa la metà dei bambini ed adolescenti sotto i 18 vive in povertà relativa.

rassegna stampa: Repubblica 22.09.14 

 

martedì 23 settembre 2014

Tornano a correre i fallimenti: +14% nel secondo trimestre 2014


Tornano a correre i fallimenti: +14% nel secondo trimestre 2014

MILANO - Prosegue la corsa dei fallimenti aziendali: nel secondo trimestre dell'anno sono stati 4.241, in aumento del 14,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Sono i numeri che emrgono dalla banca dati del Cerved, secondo quanto spiega l'agenzia Ansa: nell'intero primo semestre i default hanno raggiunto quota 8.120 (+10,5%), record assoluto dall'inizio della serie storica risalente al 2001. D'altra parte, dopo un inizio anno che lasciava presagire finalmente l'uscita dalla recessione, con la primavera e quindi l'estate tutti i dati economici hanno mostrato il persistere della crisi: dal fatturato e gli ordini dell'industria, al Pil, passando per l'occupazione, tutto dice che la strada per la ripresa non è neppure imboccata.

L'analisi condotta dal Cerved, società quotata specializzata nell'analisi del rischio di credito, mostra come i fallimenti riguardano indistintamente tutta la Penisola: i tassi di crescita sono ovunque a doppia cifra ad eccezione del Nord Est, in cui si registra un incremento del 5,5%, il livello più basso di tutto il territorio. In crescita del 14% rispetto al primo semestre 2013 sono invece i fallimenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, del 10,7% nel Nord Ovest e del 10,4% nel Centro.

I recenti correttivi legislativi hanno fatto crollare le domande di concordato in bianco (-52%) e diminuire i concordati comprensivi di piano (-12,3%). In riduzione anche le liquidazioni che, con un calo del 10,3% tra gennaio e giugno, segnano un'inversione di tendenza a livello semestrale dopo un lungo periodo di incremento.

"Stiamo vivendo - commenta Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato di Cerved - una fase molto delicata per il sistema delle Pmi italiane: la nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato con successo la prima fase della crisi e che stanno pagando il conto sia al credit crunch sia a una domanda da troppo tempo stagnante".


L'analisi del Cerved: "Anche le aziende che avevano superato la prima fase di crisi ora stanno chiudendo per la stretta al credito e la domanda troppo bassa". Giù le saracinesche in tutta la Penisola. Nel primo semestre i default hanno segnato il +10,5% sul 2013, oltre quota 8mila: record assoluto

 

rassegna stampa : La Repubblica (23 settembre 2014)

sabato 20 settembre 2014

L'allarme Codacons: dal 2007 persi 80 miliardi di consumi

L'allarme Codacons: dal 2007 persi 80 miliardi di consumiL'allarme Codacons: dal 2007 persi 80 miliardi di consumi Crolla la spesa degli italiani: gli acquisti sono calati di 3.300 euro annui a famiglia. Tra i settori più colpiti l'alimentare. Nello stesso periodo la disoccupazione è raddoppiata e il Paese si prepara a chiudere il terzo anno consecutivo in recessione. Censis: "Paura del futuro abbatte spesa e investimenti. Uno su tre teme di diventare povero" Lo leggo dopo L'allarme Codacons: dal 2007 persi 80 miliardi di consumi TAG consumi, crisi, recessione, Codacons MILANO - I consumi in Italia hanno fatto registrare un calo drammatico dal periodo pre-crisi ad oggi. Lo denuncia il Codacons secondo cui dal 2007 la spesa degli italiani è crollata di 80 miliardi, quasi il 5,3% del Pil. L'associazione dei consumatori sottolinea come ogni famiglia abbia ridotto, in sette anni, gli acquisto di oltre 3.300 euro l'anno con una contrazione pari a più di 1.300 euro procapite, neonati compresi. E d'altra parte l'Italia si appresta a chiudere il terzo anno consecutivo in recessione rassegna stampa,  Repubblica 19.09.14  

mercoledì 17 settembre 2014

Credito, ancora giù i prestiti alle famiglie. Sofferenze record per le banche italiane

I prestiti delle banche a imprese e famiglie italiane ad agosto hanno registrato un nuovo calo, il ventottesimo consecutivo, con una contrazione annua dell'1,09%. Il dato di agosto è una stima dell'Abi che nel rapporto mensile guarda al bicchiere mezzo pieno: la flessione di agosto e' piu' lieve e un calo cosi' contenuto non si registrava da luglio 2012. Il complesso dei finanziamenti in agosto registra un -2,3% annuo, in frenata da luglio (-2,5% annuo). I prestiti a famiglie e imprese, comunque, dal periodo pre crisi (fine 2007) sono cresciuti, nota l'Abi, da 1.279 a 1.418 miliardi.


Il mese scorso, aggiunge l'associazione bancaria, l'ammontare dei prestiti erogati dalle banche e' stato di 1.818 miliardi, «nettamente superiore all'ammontare della raccolta da clientela, 1.708 miliardi». Dalla fine del 2007, prima dell'inizio della crisi, a oggi «i prestiti all'economia sono passati da 1.673 a 1.818 miliardi, quelli a famiglie e imprese da 1.279 a 1.418 miliardi».
Toccano intanto un nuovo primato negativo i crediti in sofferenza delle banche italiane. A luglio le sofferenze lorde sono risultate pari a 172,3 miliardi con un incremento annuo del 23%. In rapporto agli impieghi, si legge nel rapporto mensile dell'Abi, hanno raggiunto il 9%, il livello piu' alto dall'ottobre del 1998. Prima della crisi (fine 2007) il rapporto era al 2,8 per cento. Anche le sofferenze nette sono in aumento a luglio: a 78,2 miliardi (77miliardi a giugno). Il rapporto sofferenze/impieghi per le imprese sale al 14,8% (3,6% pre crisi).
Per le imprese italiane i tassi sono in calo. Secondo le stime dell'Abi, in agosto il tasso medio sui nuovi finanziamenti e' sceso al 2,89% dal 3,09% di luglio e rappresenta il livello piu' basso dal marzo del 2011. Il rapporto mensile dell'associazione di palazzo Altieri mette poi in evidenza un calo anche per il tasso medio sui nuovi mutui casa alle famiglie al 3,19% dal 3,23% di luglio. Il tasso medio sul totale dei prestiti e' risultato pari al 3,77% (3,81% il mese precedente).

rassegna stampa : Il Sole24ore del 16.09.14

martedì 9 settembre 2014

Giù i prestiti delle banche: a luglio peggiorano a -2,6%

I prestiti alle famiglie sono scesi dello 0,8 per cento sui dodici mesi come nel mese precedente; quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 3,9 per cento. Sale la raccolta, sofferenze in crescita stabile. Mutui: boom del 29% tra gennaio e luglio

Giù i prestiti delle banche: a luglio peggiorano a -2,6% Sale la quota di denari che le banche riescono a raccogliere, mentre scende ancora quella che prestano alle famiglie e soprattutto alle aziende. Il tutto in attesa delle aste di liquidità decise da Mario Draghi, che con la Bce dovrebbe ridare fiato all'economia reale per mezzo delle banche stesse. Ecco le principali voci dei bilanci bancari nell'indagine periodica di Bankitalia...


...Prestiti.  I prestiti al settore privato, corretti per tener conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci bancari, hanno registrato una contrazione su base annua del 2,6 per cento (-2,3 per cento a giugno). I prestiti alle famiglie sono scesi dello 0,8 per cento sui dodici mesi come nel mese precedente; quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 3,9 per cento (-3,1 per cento a giugno).

... Quanto ai mutui casa, altri dati provenienti dall'Abi mostrano che tra gennaio e luglio l'ammontare delle erogazioni di nuovi mutui è stato pari a 14,6 miliardi di euro rispetto agli 11,4 miliardi dello stesso periodo del 2013. Lo ha comunicato l'abi spiegando che l'incremento, su base annua è quindi del 29,2%. Se si considera l'intero mercato, sulla base dei dati Banca d'Italia, il tasso annuo di crescita sfiora il 16%. I dati relativi ai primi sette mesi del 2014 confermano, dunque, la ripresa del mercato dei finanziamenti per l'acquisto delle abitazioni. L'ammontare delle nuove erogazioni di mutui nel 2014 è superiore anche al dato del 2012, quando si attestarono sui 13 miliardi di euro.


- Rassegna stampa - Repubblica -9.9.2014 

 

lunedì 8 settembre 2014

Confesercenti: "20 mld di tasse in più in tre anni"

In tre anni tra il 2009 e il 2012 le famiglie e le imprese italiane hanno "sborsato" 20 miliardi in più di imposte e tariffe. 
Confesercenti: "Nel 2014 niente ripresa, 20 mld di tasse in più in tre anni" Nei primi otto mesi dell'anno 2014 le chiusure di imprese solo per il commercio si attestano a quota 25 mila. Ma preoccupare Confesercenti sono i "6 milioni di persone che non lavorano o perché hanno perso il posto (sono circa 3 milioni) o perché sono rimasti ai margini del mercato del lavoro scoraggiati dalla situazione di crisi (altri 3 milioni)". Il rapporto mostra che il tasso di disoccupazione è previsto in calo dal 12,5% del 2014 al 12,3% del 2015. Secondo la Confesercenti sono due le priorità "pesantissime da ridurre al più presto" sono il tasso di occupazione fra le persone tra i 20 e i 64 anni di età (pari al 59,8%) e il tasso di occupazione femminile nella stessa fascia di età (49,9%) ovvero 20 venti in meno della media europea.




venerdì 5 settembre 2014

con lavoro non si gioca e chi lo toglie, toglie la dignità


 

 

Con il lavoro non si gioca! Chi per motivi di denaro e di affari, per guadagnare di più, toglie il lavoro, sappia che toglie la dignità alle persone". E' il monito che lancia Papa Francesco al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro.

03/09/2014


"Al centro di ogni questione, anche di quella lavorativa, va sempre posta la persona e la sua dignità - ricorda il Papa, salutando in particolare gli operai delle acciaierie di Terni della Thyssenkrupp - Ancora una volta rivolgo un accorato appello affinché non prevalga la logica del profitto ma quella della solidarietà e della giustizia".

sabato 30 agosto 2014

Il vescovo di Terni invoca lo «spirito» tedesco per salvare l'Ast.



Sulle sorti dell'Ast di Terni, acciaieria dove sono a rischia 550 addetti, secondo il piano di ristrutturazione annunciato da ThyssenKrupp, interviene ora anche il vescovo della città umbra, Giuseppe Piemontese. Lo fa invocando il Mitbestimmung, il modello di relazioni industriali adottato in Germania dalla seconda metà del Novecento: insomma, proprietà, governo e lavoratori cerchino insieme soluzioni per lo sviluppo dell'Ast. «Partecipazione, cogestione e codeterminazione sono - spiega il presule - i significati che in italiano assume la parola Mitbestimmung, "fiore all'occhiello" della tradizione economica tedesca, a cui appartiene la ThyssenKrupp, proprietaria dell'acciaieria». Piemontese riconosce che «in Italia le relazioni sindacali sono improntate prevalentemente ad altri modelli, ma da una grande industria tedesca ci si aspetterebbe che almeno lo spirito della Mitbestimmung venisse colto e promosso. Ciò che è mancato nel piano industriale presentato dalla ThyssenKrupp è quel mit, insieme, che nella lingua tedesca esprime incontro, partecipazione, socialità, fraternità, famiglia, squadra».

...........In merito al futuro, il vescovo Giuseppe Piemontese si chiede come mai l'Ast «sia giunta ad una condizione tale da non potersi prevedere un piano di rilancio, ma solo di dismissioni. Quali le cause di tale stato di disimpegno? È imperizia di chi ha avuto il timone in mano o di maestranze distratte o incompetenti»? Il timore dell'alto prelato, espresso nel suo intervento è che alla fine «le conseguenze e i costi ricadano prevalentemente sui lavoratori e le loro famiglie. E ciò non è corretto, né tanto meno giusto, neanche in un'economia di mercato».

Rassegna stampa - da il Sole 24 Ore

martedì 19 agosto 2014

Londra, i manager delle società della City guadagnano 131 volte i loro dipendenti


Londra, i manager delle società della City guadagnano 131 volte i loro dipendenti



Uno studio della società specializzata "High pay centre" rivela il nuovo allargamento della forbice tra le retribuzioni. Soltanto nel 1998, la differenza era di 47 volte. 

Londra, i manager delle società della City guadagnano 131 volte i loro dipendenti TAG retribuzioni, manager stipendi, High pay centre, City, ftse100 MILANO - Si moltiplicano gli studi che dimostrano come la forbice degli stipendi tra manager delle grandi imprese e i dipendenti che dirigono si stia allargando sempre di più. L'ultimo studio in ordine di tempo riguarda la City: i dirigenti delle società che fanno capo all'indice Ftse100 della Borsa di Londra guadagnano in media 131 volte più dei loro dipendenti. Lo rivela uno studio del think-tank "High pay centre", nel quale si legge: "I dati indicano l'aumento incredibile delle remunerazioni dei dirigenti rispetto a quelle della maggior parte dei lavoratori britannici negli ultimi tre decenni". Nel 1998 la differenza degli stipendi era di uno a 47, indica il rapporto, che ha confrontato la remunerazione complessiva del direttore generale con il salario medio dei dipendenti. Dallo studio emerge anche qualche esempio con nomi e cognomi. Il numero uno dell'azienda di birra SabMiller, Alan Clark, ha guadagnato l'anno scorso 6,5 milioni di sterline (pari a 8,1 milioni di euro), ovvero 360 volte la paga media di uno dei suoi dipendenti, mentre il direttore generale di Compass (gruppo della ristorazione), Richard Cousins, ha percepito 5,5 milioni di sterline (6,85 milioni di euro), ilc he equivale a 418 volte il salario medio dei suoi sottoposti.

Rassegna stampa : da Repubblica - 19.08.2014

giovedì 14 agosto 2014

Rating etico: le banche popolari promosse

E' positiva la valutazione del profilo di sostenibilità delle Banche popolari italiane. Lo sostiene l'ente Europeo agenzia di rating di sostenibilità Standard Ethics, le 37 banche popolari analizzate merita un rating "EE"" con outlook positivo che definisce un buon grado di conformità (su una scala di 9 livelli da EEE a F) rispetto alle indicazioni Onu, Ocse, e Ue su governance e responsabilità sociale.
Le Banche popolari italiane si distinguono i tema di sussidiarietà, democrazia economica, tutela degli azionisti di minoranza, remunerazione dei vertici, partecipazione assembleare.

Standard Ethics Rating assigned to Italy's Banche popolari - il documento

Standardethics, agenzia di rating europea

lunedì 11 agosto 2014

Il Paese non riparte.

Nel secondo trimestre di quest’anno, informa l’istituto di statistica, il Pil ha segnato infatti un -0,2% sul trimestre precedente e un -0,3% su base annua. Dati non soltanto negativi ma anche peggiori delle previsioni degli osservatori che indicavano una "forchetta" tra il +02 e il -0,1. Un ribasso dovuto soprattutto all’indebolimento della domanda estera, cioè dell’export, mentre il mercato interno non riparte. In dati assoluti il prodotto interno italiano è tornato ai livelli di 14 anni fa, circa 340 miliardi nel trimestre. Rispetto al 2008 abbiamo perso il 10% della ricchezza nazionale....

Il nuovo segno meno fa seguito a quello registrato nel primo trimestre e riporta tecnicamente il Paese in recessione, la terza negli ultimi cinque anni. Complessivamente nella prima metà dell’anno il Pil è sceso di tre decimi di punto....Un dato choc che rende ormai irrealistico l’obiettivo fissato in primavera dal governo di una crescita dello 0,8% nell’intero anno. Ora il rischio concreto è di chiudere anche il 2014 con il segno meno.
La notizia ieri mattina ha fatto salire lo stato di allerta in Piazza Affari, che ha chiuso con un pesante -2,7% (unica Borsa europea in netto calo), bruciando 12,8 miliardi di euro di capitalizzazione. In mattinata il tonfo calo aveva superato anche il 3% con diversi titoli sospesi per eccesso di ribasso. All’opposto torna a correre lo spread tra i titoli tricolori e quelli tedeschi che si è riportato a quota 170 punti dai 155 dei giorni scorsi....
Per il resto dell’anno lo scenario è molto incerto. Un dato in controtendenza arriva sempre dall’Istat e riguarda la produzione industriale, che a giugno ha fatto segnare un + 0,9 rispetto a maggio e un +0,4% su base annua. Ma i primi indicatori su luglio non sono positivi. Terna informa che i consumi elettrici sono calati del 3,8% rispetto allo stesso mese del 2013, un dato che si spiega solo in parte con l’estate più fredda, mentre è scesa anche la fiducia di consumatori e imprese. Secondo il centro studi di Intesa Sanpaolo, anche mantenendo le previsioni di una lieve ripresa nei prossimi sei mesi, la media annua del Pil rischia di restare sottozero.