SIENA, 16 Aprile 2015
2) che il Monte nel mantenere i livelli di credito a favore dei suoi territori di radicamento si impegnasse e si impegni a promuovere un nuovo rating di affidabilità creditizia per il cliente prenditore (famiglie ed aziende) che tenga conto degli elementi di Responsabilità Sociale d'Impresa insiti nel valore del progetto imprenditoriale e non solo dei pur fondamentali indicatori economici, finanziari e di garanzie reali o personali sottostanti.Noi crediamo che chi abbia un progetto che crei occupazione, che promuove la tutela dell'ambiente e valorizza la Responsabilità Sociale d'Impresa vada premiato anche sul fronte della definizione del suo rating e del suo target di pricing.Infatti, siamo convinti che non perseguendo queste scelte si faccia poco per superare questa crisi: lo dimostra il persistente periodo di difficoltà nell’accesso al credito che hanno le nuove generazioni, le start-up, le famiglie e le imprese, insieme al dato Bankitalia per il mese di febbraio 2015 dove il calo dei prestiti ad imprese e famiglie è stato di ben – 2%.Purtroppo, nel corso del 2014, anche gli impieghi in Banca Mps hanno segnato una flessione (-8,4 % a 120 miliardi di euro), stante anche la minor richiesta.L'esito del Credit File Review e la nuova policy contabile di Gruppo in conseguenza all'Asset Quality Review ha comportato una riclassificazione di circa 5,7 miliardi di euro dal portafoglio crediti in bonis a quello deteriorato.Nè sono derivati pesanti incrementi dei fondi rettificativi con un significativo impatto sul risultato d'esercizio.Al contrario, le Banche a vocazione etica (vedi il dato di Banca Prossima ad esempio che vanta percentuali intorno al 2% di perdite sui crediti erogati contro una media del sistema intorno al 15%) dimostrano, già oggi, che valorizzare le buone prassi imprenditoriali e sociali del cliente prenditore, fa crescere anche la sua affidabilità e lealtà, a fronte agli impegni assunti con la banca.Ci auguriamo, pertanto, che MPS non si sottragga all'esigenza di studiare un nuovo rating che premi i comportamenti virtuosi del prenditore di credito, affinchè possa contribuire da un lato a servire meglio imprese e famiglie, dall'altro a migliorare la qualità del credito erogato con effetti positivi in termini di minor rettifiche e di conto economico........"@GORA' :
@GORA' :
UN LABORATORIO DI PENSIERO E RIFLESSIONE FATTO DAI LAVORATORI:
il diario della crisi
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lunedì 20 aprile 2015
giovedì 16 aprile 2015
Fink ai leader delle società quotate: «Dovete pensare a lungo termine»
Il Ceo di BlackRock chiede ai presidenti delle maggiori aziende mondiali di fare investimenti di lungo periodo per far crescere le aziende e beneficiare i risparmiatori
di Giuliana Ferraino
Larry Fink, presidente e Ceo di BlackRock, primo gestore mondiale con 4,65 trilioni
di dollari di asset gestiti (a fine 2014), ha scritto una lettera ai
Chairmen delle principali società quotate in tutto il mondo, di cui
BlackRock è investitore per chiedere di cambiare marcia. «Basta guardare
al breve periodo, ora è tempo di pensare e creare valore nel lungo
termine», afferma il top manager americano. E invita anche i governi a
creare un ambiente favorevole, con incentivi fiscali, per stimolare gli
investimenti di lungo periodo.
La pressione per risultati immediati
Fink
riconosce che trimestre dopo trimestre aumenta la pressione affinché
le aziende centrino obiettivi finanziari di breve termine a spese della
creazione di valore nel lungo periodo, a causa della proliferazione di
azionisti attivisti che cercano ritorni immediati, la velocità del
capitale che continua a crescere sempre di più, un panorama media ormai
definito da un ciclo di notizie continuo (24 ore su 24, 7 giorni su 7) e
una capacità di attenzione che invece di minuisce .
«Gli effetti del fenomeno del breve periodo sono fonte di problemi sia per coloro che puntano a risparmiare nel lungo periodo, ad esempio per la pensione, sia per l’economia in senso lato. Per far fronte a queste pressioni, sono sempre più numerosi i top manager delle aziende che hanno risposto con azioni che possono offrire ritorni immediati agli azionisti, come buyback o aumenti di dividendo, mentre tagliavano gli investimenti in innovazione, in forza lavoro qualificata o spese essenziali di capitale necessarie a sostenere al crescita nel lungo periodo». nel 2014, dividendi e buyback hanno raggiunto livelli record nella maggioranza dei Paesi avanzati, sottolinea Fink . Ma, con tassi di interesse vicini a zero, «restituire quantità eccessive di capitale agli investitori, che avranno benefici più magri in questo scenario, manda un messaggio scoraggiante sull’abilità della società di usare le sue risorse in moso saggio e sviluppare un piano coerente per creare valore nel lungo periodo».
«Gli effetti del fenomeno del breve periodo sono fonte di problemi sia per coloro che puntano a risparmiare nel lungo periodo, ad esempio per la pensione, sia per l’economia in senso lato. Per far fronte a queste pressioni, sono sempre più numerosi i top manager delle aziende che hanno risposto con azioni che possono offrire ritorni immediati agli azionisti, come buyback o aumenti di dividendo, mentre tagliavano gli investimenti in innovazione, in forza lavoro qualificata o spese essenziali di capitale necessarie a sostenere al crescita nel lungo periodo». nel 2014, dividendi e buyback hanno raggiunto livelli record nella maggioranza dei Paesi avanzati, sottolinea Fink . Ma, con tassi di interesse vicini a zero, «restituire quantità eccessive di capitale agli investitori, che avranno benefici più magri in questo scenario, manda un messaggio scoraggiante sull’abilità della società di usare le sue risorse in moso saggio e sviluppare un piano coerente per creare valore nel lungo periodo».
Il dovere del capo-azienda
«E’
fondamentale comprendere che il dovere di diligenza e fedeltà di un
leader di azienda non è verso ogni investitore o trader che possiede
azioni della sua azienda in qualsiasi momento, ma verso la società e
suoi azionisti di lungo periodo», valuta Fink che attraverso BlackRock è
azionista dei maggiori gruppi quotati del mondo. , Italia compresa.
L’anno scorso il gruppo aveva destato scalpore con uno shopping
accelerato che lo aveva fatto diventare azionista rilevante delle
principali banche, da Unicredit a Mps, da Intesa al Banco popolare, ma
anche in Telecom Italia e nei maggiori gruppi presenti in Piazza
Affari.
l ruolo del board
La
«prima linea di difesa» contro le pressioni del breve periodo dovrebbe
essere rappresentata dai consigli di amministrazione. BlackRock,
spiega Fink, «quest’anno ha cambiato le proprie linee guida sulle
indicazioni di voto per chiarire le nostre aspettative sui board e
abbiamo stabilito quando potremo votare contro i consiglieri, ad
esempio nel caso in cui vediamo prove di un consiglio che sta in trincea
o altri segni di governance inefficace».
rassegna stampa: Il corriere della sera -
http://www.corriere.it/economia/15_aprile_15/fink-leader-societa-quotate-dovete-pensare-lungo-termine-480d253a-e37c-11e4-8e3e-4cd376ffaba3.shtml
Bankitalia: a febbraio calano prestiti a famiglie e imprese
L'erogato diminuisce (-2%) nonostante la riduzione dei tassi d'interesse che,
per l'acquisto degli immobili, sono scesi al 3,01% dal 3,07% di gennaio.
Rallenta anche la crescita delle sofferenze.
I prestiti delle banche al settore privato
hanno registrato, a febbraio, una contrazione su base annua del 2%
(-1,8% a gennaio). Lo afferma la Banca d'Italia secondo cui i prestiti
alle famiglie sono calati dello 0,4% sui dodici mesi (-0,5 nel mese
precedente); quelli alle società non finanziarie sono diminuiti del 3
per cento (-2,7% a gennaio). E' in lieve calo, invece, il tasso di
crescita sui dodici mesi delle sofferenze a febbraio - senza correzione
per le cartolarizzazioni ma tenendo conto delle discontinuità
statistiche - che è risultato pari al 15,3 per cento (15,4 per cento a
gennaio).
A spingere verso l'accesso al credito è il continuo calo dei tassi d'interesse, comprensivi delle spese accessorie, sui finanziamenti erogati nel mese di febbraio alle famiglie per l'acquisto di abitazioni: sono stati pari al 3,01% dal 3,07% di gennaio. Secondo la Banca d'Italia i tassi sulle nuove erogazioni di credito al consumo sono risultati all'8,64% (8,71 per cento a gennaio).
I tassi d'interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie di importo fino a 1 milione di euro sono risultati pari al 3,26 per cento (3,39 per cento nel mese precedente); quelli sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia all'1,83 per cento (1,97 per cento a gennaio). I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,66 per cento (0,67 per cento nel mese precedente).
rassegna stampa: la Repubblica 9 aprile 2015 -
http://www.repubblica.it/economia/2015/04/09/news/bankitalia_prestiti-111501028/
A spingere verso l'accesso al credito è il continuo calo dei tassi d'interesse, comprensivi delle spese accessorie, sui finanziamenti erogati nel mese di febbraio alle famiglie per l'acquisto di abitazioni: sono stati pari al 3,01% dal 3,07% di gennaio. Secondo la Banca d'Italia i tassi sulle nuove erogazioni di credito al consumo sono risultati all'8,64% (8,71 per cento a gennaio).
I tassi d'interesse sui nuovi prestiti alle società non finanziarie di importo fino a 1 milione di euro sono risultati pari al 3,26 per cento (3,39 per cento nel mese precedente); quelli sui nuovi prestiti di importo superiore a tale soglia all'1,83 per cento (1,97 per cento a gennaio). I tassi passivi sul complesso dei depositi in essere sono stati pari allo 0,66 per cento (0,67 per cento nel mese precedente).
rassegna stampa: la Repubblica 9 aprile 2015 -
http://www.repubblica.it/economia/2015/04/09/news/bankitalia_prestiti-111501028/
domenica 29 marzo 2015
Cina, l'esplosione dello shadow banking mette a rischio la finanza globale
Il sistema di credito parallelo, creato per far fronte al vertiginoso
sviluppo del dragone, ha assunto proporzioni tali da suscitare
preoccupazione nell'Accademia Cinese di Scienze Sociali, la maggiore
agenzia governativa, mentre per Fitch a lei sarebbe da imputare gran
parte del debito cinese che si è gonfiato - considerando anche le
passività delle famiglie - fino al 251% del Pil.
MILANO - Il pericolo viene da oriente. E si chiama shadow banking.
Con 27.000 miliardi di yuan, pari a 4.400 miliardi di dollari, mette a
rischio non solo la stabilità cinese, ma anche quella dell'intera
finanza mondiale. Il sistema di credito parallelo, creato per far fronte
al vertiginoso sviluppo del dragone, ha assunto proporzioni tali da
suscitare preoccupazione nell'Accademia Cinese di Scienze Sociali, la
maggiore agenzia governativa, mentre per Fitch a lei sarebbe da imputare
gran parte del debito cinese che si è gonfiato - considerando anche le
passività delle famiglie - fino al 251% del Pil. La conseguenza più
immediata e visibile del modello bancario ombra sono stati i casi di
bancarotta di aziende insolventi che si sono verificate negli ultimi
anni; come quello del gruppo Chaori Solar, fallita per non aver potuto
pagare 89,8 milioni di yuan di bond in scadenza o di default evitati in
extremis da interventi di Stato come per China Credit Trust. Abbiamo
cercato di capire se esista davvero un rischio sistemico con Alberto
Forchielli fondatore di Mandarin Capital Partners e presidente di
Osservatorio Asia.
"Lo shadows banking - dice Forchielli - è figlio della cosiddetta financial repression. Famiglie depredate dei propri risparmi da banche che pagano interessi bassissimi e difficilissimo accesso al credito per le imprese. Il mondo banca ombra nasce per venire incontro a queste due difficoltà. Si sono create gestioni patrimoniali in cui i risparmiatori investono in fondi che a loro volta prestano alle imprese. Il mercato si disintermedia e viene gestito da operatori terzi, a volte esterni a volte interni alle banche stesse. Le banche tradizionali sono riuscite a non perdere clienti creando prodotti ad hoc non rappresentati in bilancio ma su cui lucrano forti commissioni. Si vive in questa ambiguità. Bank of China, Bank of Communication ecc hanno cavalcato il fenomeno attraverso strutture interne, facendo sottintendere di fornire inseme al prodotto la garanzia della banca quando in realtà la banca non garantisce niente. Il fenomeno si è ingrandito a dismisura fino a rappresentare il 30% del mercato bancario in un effetto domino. Non esisteva nessuna supervisione, i soldi andavano a soggetti più o meno raccomandabili con forti rischi di insolvibilità. A un certo punto ci si è chiesti cosa sarebbe successo se il fenomeno fosse esploso. Le autorità negli ultimi due anni hanno fatto controlli severi, hanno emanato direttive in materia. Ci sono stati alcuni fallimenti in cui il governo locale è intervenuto per ripagare i debiti".
Più lungimiranti degli americani dunque?
Il fenomeno dei derivati negli Usa era molto più ampio. In Cina non ci sono barriere giuridiche, non c'è dibattito sul fatto che lo Stato debba intervenire. Questo concetto di moral hazard in America è visto come il diavolo. Se il risparmiatore si è fatto truffare peggio per lui, non può pensare che lo Stato intervenga. Ci sono stati default di aziende cinesi di cui non si è saputo nulla da noi, un po' perché le notizie non trapelano un po' perché in Cina sono più reattivi. Questo non vuol dire che non ci sia rischio nel sistema finanziario cinese. Non possiamo cantare vittoria sullo shadows banking.
Qual è l'andamento dell'economia cinese oggi?
Il paese alterna momenti di immissione di liquidità e momenti di stretta sulla liquidità. E' una tarantella. Il governo capisce che le riforme passano attraverso la stretta dei prestiti ma, appena l'economia rallenta e le proteste dei operatori economici si innalzano, la banca centrale si sente costretta a rimmettere liquidità. Sta andando a singhiozzo. Nessuno ha coraggio di dare vera stretta per paura di frenare l'economia, nessuno però ha il coraggio di mantenere una politica espansiva all'infinito.
Il timore è che quello che accade in Cina si ripercuota sul resto del mondo?
Il mercato dei capitali cinese è isolato, non c'è da temere. Non avremo una crisi dei mercati capitali cinesi perché il governo interviene prima e subito. Se mai ci dovesse essere impatto sui mercati finaziari globali sarebbe limitato perché mercato cinese è chiuso. La posizione sull'estero è molto forte per cui l'effetto Wall Street 2009 non ci sarebbe. Ci potrebbe essere invece un impatto se le banche dovessero essere in difficoltà tali che il governo non fosse in grado di intervenire. Si avrebbe allora uno schiacciamento della crescita dell'economia cinese e quindi mondiale. In realtà quello che la Cina sta facendo è un rallentamento controllato della crescita. Per ovviare a tante distorsioni sta avviando riforme che rallentino la crescita.
Rallentamento quindi voluto?
Il rallentamento è assolutamente voluto, ma il problema è: sarà sufficiente o bisognerà frenare di più? E in questo caso, l'economia del paese regge o non regge? Siccome si tratta di un'economia basata su alta crescita, se si abbassa la crescita vengono fuori diversi nei: debiti incagliati, perdite delle imprese. Molti ritengono che la Cina non possa frenare sotto un certo livello perché il sistema non è preparato.
Secondo Standard&Poors l'indebitamento della Cina supererà quello di Europa e Usa nel 2016, è realistico?
È esattamente quello di cui stiamo parlando. È la crescita del credito totale sul pil. Il credito delle banche è cresciuto in maniera atroce rispetto al pil. I cinesi hanno vissuto troppo di credito, e non è credito al consumo, non sono mutui, ma sono crediti nei confronti di aziende pubbliche e governi locali. Questo è una bomba, l'economia troppo dipendente dal credito diventa un'economia bolla. Dunque la Cina è in bolla. Ora si cerca di sgonfiare la bolla gradualemte stringendo su credito ombra, stringendo sul credito banche, stringendo sulla liquidità però sono cose che fan male all'economia.
rassegna stampa: la repubblica - 29 marzo 2015- di LIVIA ERMINI
http://www.repubblica.it/economia/2015/03/29/news/high_frequency_trade_forchielli-110538821/
"Lo shadows banking - dice Forchielli - è figlio della cosiddetta financial repression. Famiglie depredate dei propri risparmi da banche che pagano interessi bassissimi e difficilissimo accesso al credito per le imprese. Il mondo banca ombra nasce per venire incontro a queste due difficoltà. Si sono create gestioni patrimoniali in cui i risparmiatori investono in fondi che a loro volta prestano alle imprese. Il mercato si disintermedia e viene gestito da operatori terzi, a volte esterni a volte interni alle banche stesse. Le banche tradizionali sono riuscite a non perdere clienti creando prodotti ad hoc non rappresentati in bilancio ma su cui lucrano forti commissioni. Si vive in questa ambiguità. Bank of China, Bank of Communication ecc hanno cavalcato il fenomeno attraverso strutture interne, facendo sottintendere di fornire inseme al prodotto la garanzia della banca quando in realtà la banca non garantisce niente. Il fenomeno si è ingrandito a dismisura fino a rappresentare il 30% del mercato bancario in un effetto domino. Non esisteva nessuna supervisione, i soldi andavano a soggetti più o meno raccomandabili con forti rischi di insolvibilità. A un certo punto ci si è chiesti cosa sarebbe successo se il fenomeno fosse esploso. Le autorità negli ultimi due anni hanno fatto controlli severi, hanno emanato direttive in materia. Ci sono stati alcuni fallimenti in cui il governo locale è intervenuto per ripagare i debiti".
Più lungimiranti degli americani dunque?
Il fenomeno dei derivati negli Usa era molto più ampio. In Cina non ci sono barriere giuridiche, non c'è dibattito sul fatto che lo Stato debba intervenire. Questo concetto di moral hazard in America è visto come il diavolo. Se il risparmiatore si è fatto truffare peggio per lui, non può pensare che lo Stato intervenga. Ci sono stati default di aziende cinesi di cui non si è saputo nulla da noi, un po' perché le notizie non trapelano un po' perché in Cina sono più reattivi. Questo non vuol dire che non ci sia rischio nel sistema finanziario cinese. Non possiamo cantare vittoria sullo shadows banking.
Qual è l'andamento dell'economia cinese oggi?
Il paese alterna momenti di immissione di liquidità e momenti di stretta sulla liquidità. E' una tarantella. Il governo capisce che le riforme passano attraverso la stretta dei prestiti ma, appena l'economia rallenta e le proteste dei operatori economici si innalzano, la banca centrale si sente costretta a rimmettere liquidità. Sta andando a singhiozzo. Nessuno ha coraggio di dare vera stretta per paura di frenare l'economia, nessuno però ha il coraggio di mantenere una politica espansiva all'infinito.
Il timore è che quello che accade in Cina si ripercuota sul resto del mondo?
Il mercato dei capitali cinese è isolato, non c'è da temere. Non avremo una crisi dei mercati capitali cinesi perché il governo interviene prima e subito. Se mai ci dovesse essere impatto sui mercati finaziari globali sarebbe limitato perché mercato cinese è chiuso. La posizione sull'estero è molto forte per cui l'effetto Wall Street 2009 non ci sarebbe. Ci potrebbe essere invece un impatto se le banche dovessero essere in difficoltà tali che il governo non fosse in grado di intervenire. Si avrebbe allora uno schiacciamento della crescita dell'economia cinese e quindi mondiale. In realtà quello che la Cina sta facendo è un rallentamento controllato della crescita. Per ovviare a tante distorsioni sta avviando riforme che rallentino la crescita.
Rallentamento quindi voluto?
Il rallentamento è assolutamente voluto, ma il problema è: sarà sufficiente o bisognerà frenare di più? E in questo caso, l'economia del paese regge o non regge? Siccome si tratta di un'economia basata su alta crescita, se si abbassa la crescita vengono fuori diversi nei: debiti incagliati, perdite delle imprese. Molti ritengono che la Cina non possa frenare sotto un certo livello perché il sistema non è preparato.
Secondo Standard&Poors l'indebitamento della Cina supererà quello di Europa e Usa nel 2016, è realistico?
È esattamente quello di cui stiamo parlando. È la crescita del credito totale sul pil. Il credito delle banche è cresciuto in maniera atroce rispetto al pil. I cinesi hanno vissuto troppo di credito, e non è credito al consumo, non sono mutui, ma sono crediti nei confronti di aziende pubbliche e governi locali. Questo è una bomba, l'economia troppo dipendente dal credito diventa un'economia bolla. Dunque la Cina è in bolla. Ora si cerca di sgonfiare la bolla gradualemte stringendo su credito ombra, stringendo sul credito banche, stringendo sulla liquidità però sono cose che fan male all'economia.
rassegna stampa: la repubblica - 29 marzo 2015- di LIVIA ERMINI
http://www.repubblica.it/economia/2015/03/29/news/high_frequency_trade_forchielli-110538821/
martedì 24 marzo 2015
Allarme Fmi: "Crescita delle disuguaglianze dove il sindacato è più debole"
Uno studio realizzato dal Fondo monetario internazionale ribadisce
l'importanza di un forte potere contrattuale dei lavoratori per
mantenere equilibri economici più sostenibili
ROMA - Il turbo
capitalismo negli ultimi decenni ha potuto fare enormi profitti e
concentrare enormi ricchezze nelle mani di un numero sempre più
ristretto di persone grazie anche alla perdita di forza contrattuale da
parte dei sindacati. E' la conclusione a cui è arrivato non un centro
studi della sinistra radicale, ma una delle istituzioni più importanti
del liberalismo e fautrice della globalizzazione come il Fondo
monetario internazionale.
Il declino del numero dei lavoratori iscritti ai sindacati spiega metà dell'aumento di 5 punti della concentrazione del reddito nel 10% più ricco della popolazione nei paesi avanzati tra il 1980 e il 2010, concludono le economiste del Fmi Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron in una ricerca in via di pubblicazione. "L'indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori rispetto a quello dei possessori di capitale, aumentando la remunerazione del capitale rispetto a quella del lavoro" e porta le aziende ad assumere decisioni che avvantaggiano i dirigenti, per esempio sui compensi dei top manager", affermano le due studiose anticipando i risultati della ricerca sulla rivista dell'Fmi 'Finance & Development'.
Lo studio, intitolato 'Power from the people', esamina diverse misure dell'iniquità (dalla quota di reddito del 10% più ricco della popolazione all'indice di Gini) per i paesi ad economia avanzata. Anche considerando l'impatto della tecnologia, della globalizzazione,della liberalizzazione finanziaria e del fisco, i risultati confermano che "il declino della sindacalizzazione è fortemente associato con l'aumento della quota di reddito" nelle mani dei ricchi. Questa iniquità, ricorda ancora la ricerca, secondo recenti studi, può portare ad una crescita minore e meno sostenibile ed essere nociva per la società "perché consente ai più ricchi di manipolare in proprio favore il sistema economico e politico", come è emerso anche da uno studio del premio Nobel Joseph Stiglitz.
Le conclusioni del lavoro svolto sotto il patrocinio dell'Fmi sono state subito fatte proprie dai leader sindacali per rilanciare le loro posizioni. Secondo la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, "esce confermato lo straordinario bisogno di sindacato che hanno tutte le società moderne, non solo come elemento di regolazione e di tutela, ma come straordinario fattore di crescita, di eguaglianza, di salvaguardia materiale e di promozione dei diritti". "Penso che questo studio - ha proseguito - debba far riflettere i tanti sostenitori dell'inutilità della mediazione politica, economica e sociale svolta dai corpi intermedi". "Quando il sindacato è presente - ha concluso - i risultati in termini di protezione economica sono molto maggiori di qualsiasi altro strumento, sia esso il reddito di cittadinanza o il salario minimo deciso dalla politica".
"E' certamente positivo che anche il Fondo Monetario Internazionale riconosca il legame tra la sindacalizzazione, una migliore redistribuzione della ricchezza e l'equità dei sistemi economici", ha commentato da parte sua il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, ricordando come l'aumento delle diseguaglianze non comporta "solo emarginazione ed esclusione sociale ma anche un ostacolo alla crescita economica complessiva". Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha sottolineato infine come "da lungo tempo la Uil sostiene che c'è bisogno di più sindacato e di più contrattazione in Italia, in Europa e nel mondo. Il sindacato ha sempre avuto la funzione di riequilibrare gli assetti sociali ed economici di un paese: una funzione non gradita a molti potentati".
rassegna stampa: La Repubblica 23 marzo 2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/03/21/news/ricerca_fmi_sindacati-110139858/
Il declino del numero dei lavoratori iscritti ai sindacati spiega metà dell'aumento di 5 punti della concentrazione del reddito nel 10% più ricco della popolazione nei paesi avanzati tra il 1980 e il 2010, concludono le economiste del Fmi Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron in una ricerca in via di pubblicazione. "L'indebolimento dei sindacati riduce il potere contrattuale dei lavoratori rispetto a quello dei possessori di capitale, aumentando la remunerazione del capitale rispetto a quella del lavoro" e porta le aziende ad assumere decisioni che avvantaggiano i dirigenti, per esempio sui compensi dei top manager", affermano le due studiose anticipando i risultati della ricerca sulla rivista dell'Fmi 'Finance & Development'.
Lo studio, intitolato 'Power from the people', esamina diverse misure dell'iniquità (dalla quota di reddito del 10% più ricco della popolazione all'indice di Gini) per i paesi ad economia avanzata. Anche considerando l'impatto della tecnologia, della globalizzazione,della liberalizzazione finanziaria e del fisco, i risultati confermano che "il declino della sindacalizzazione è fortemente associato con l'aumento della quota di reddito" nelle mani dei ricchi. Questa iniquità, ricorda ancora la ricerca, secondo recenti studi, può portare ad una crescita minore e meno sostenibile ed essere nociva per la società "perché consente ai più ricchi di manipolare in proprio favore il sistema economico e politico", come è emerso anche da uno studio del premio Nobel Joseph Stiglitz.
Le conclusioni del lavoro svolto sotto il patrocinio dell'Fmi sono state subito fatte proprie dai leader sindacali per rilanciare le loro posizioni. Secondo la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, "esce confermato lo straordinario bisogno di sindacato che hanno tutte le società moderne, non solo come elemento di regolazione e di tutela, ma come straordinario fattore di crescita, di eguaglianza, di salvaguardia materiale e di promozione dei diritti". "Penso che questo studio - ha proseguito - debba far riflettere i tanti sostenitori dell'inutilità della mediazione politica, economica e sociale svolta dai corpi intermedi". "Quando il sindacato è presente - ha concluso - i risultati in termini di protezione economica sono molto maggiori di qualsiasi altro strumento, sia esso il reddito di cittadinanza o il salario minimo deciso dalla politica".
"E' certamente positivo che anche il Fondo Monetario Internazionale riconosca il legame tra la sindacalizzazione, una migliore redistribuzione della ricchezza e l'equità dei sistemi economici", ha commentato da parte sua il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan, ricordando come l'aumento delle diseguaglianze non comporta "solo emarginazione ed esclusione sociale ma anche un ostacolo alla crescita economica complessiva". Il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, ha sottolineato infine come "da lungo tempo la Uil sostiene che c'è bisogno di più sindacato e di più contrattazione in Italia, in Europa e nel mondo. Il sindacato ha sempre avuto la funzione di riequilibrare gli assetti sociali ed economici di un paese: una funzione non gradita a molti potentati".
rassegna stampa: La Repubblica 23 marzo 2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/03/21/news/ricerca_fmi_sindacati-110139858/
lunedì 23 marzo 2015
Il laureato emigrante: un capitale umano costato 23 miliardi che l'Italia regala all'estero
L'inchiesta. I nostri giovani
studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari. Poi trovano un
posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme
nell'indifferenza
di FEDERICO FUBINIAlla più cauta della stime, dal 2008 al 2014 è emigrato all'estero un gruppo di italiani la cui istruzione nel complesso è costata allo Stato 23 miliardi di euro. Sono 23 miliardi dei contribuenti regalati ad altre economie. È una cifra pari al doppio di quanto occorre per stendere la rete Internet ad alta velocità che in questo Paese continua a mancare. È una somma pari a un terzo del costo dell'intera rete ferroviaria ad alta velocità italiana, che al chilometro è la più cara al mondo. Ma quando si tratta di laureati, diplomati o anche solo di titolari di una licenza media che se ne vanno portando con sé le proprie competenze e l'investimento che è stato fatto su di loro dagli asili d'infanzia alle aule universitarie, nessuno protesta. Di rado se ne parla. Non è uno scandalo: sembra normale, anche se nella storia dell'Italia unita non era mai successo.
Certo le migrazioni fra fine '800 e il secondo dopoguerra erano state più intense nei numeri, ma infinitamente di meno per il capitale versato nelle persone che poi se ne andavano. Molti di quei migranti erano analfabeti, non troppi avevano finito le elementari. Giorni fa invece Alberto Alemanno, 40 anni, laureato all'Università di Torino, docente di Diritto della Haute École Commerciale di Parigi e della New York University, è stato designato come Young Global Leader del World Economic Forum. Nel frattempo Alberto Quaranta (nome modificato su sua richiesta), 43 anni, laureato a Pescara, già architetto in una città pugliese, ha terminato il suo inserimento come impiegato nei magazzini dell'aeroporto di Monaco di Baviera. Il primo è riuscito ad arrivare al posto per il quale aveva studiato, il secondo no. Ma i due hanno lo stesso qualcosa in comune: entrambi sono stati oggetto di un investimento di (almeno) 163 mila euro da parte della collettività italiana per il loro percorso formativo, dall'età di tre anni fino alla laurea.
Nel rapporto "Education at a Glance 2014", l'Ocse di Parigi stima che, solo per la gestione dei luoghi d'insegnamento e gli stipendi degli insegnanti, chi si istruisce in Italia costi 6.000 dollari l'anno quando frequenta una scuola materna pubblica, 8.000 l'anno alle elementari, 9.000 alle medie e alle superiori e 10.000 all'università. Per i contribuenti il costo (di base) di produzione di un laureato in Italia è di centinaia di migliaia di euro. Ogni volta che una di queste persone lascia l'Italia, quell'investimento in sapere se ne va con lui o con lei. Negli ultimi anni le destinazioni preferite sono Gran Bretagna, Germania e Svizzera. Si tratta di un colossale sussidio implicito versato dall'Italia ad altri Paesi ogni volta che un migrante fa le valigie. Ed è ormai un fenomeno macroeconomico. Nel solo 2013 il trasferimento silente di investimenti dall'Italia al Regno Unito attraverso l'istruzione dei migranti è stato, quantomeno, di 1,5 miliardi. Quello versato alla Germania è di 650 milioni e persino un Paese lontano come il Brasile è beneficiario per oltre cento milioni. Nell'ultimo secolo un export su questa scala di investimenti pubblici in "infrastrutture" si è visto solo quando un Paese sconfitto in guerra doveva pagare riparazioni. Questo invece è auto-inflitto.
La novità negli ultimi anni è infatti duplice. La meno nota è che la quota di migranti laureati sta crescendo, e con essa il sussidio implicito dell'Italia ai Paesi dove essi vanno. Secondo l'Istat, i laureati erano il 19% degli italiani trasferitisi all'estero nel 2009, ma sono già saliti al 24% nel 2013. Il peso di coloro che se ne vanno avendo solo una licenza media è invece in calo.
L'altra caratteristica di questi anni è che l'armata degli emigranti è sempre più vasta, ma non c'è accordo fra governi europei sul loro numero. I dati dell'Istat sono probabilmente sottostimati. In base all'anagrafe italiana, come riportato dall'istituto statistico, dal 2008 al 2013 c'è stato un deflusso netto di 150 mila persone: è il saldo fra gli italiani che escono e quelli che rientrano. Il ritmo delle uscite peraltro sta accelerando. Solo due anni fa, al netto dei rientri in patria, sono state 53 mila. Alla cifra pubblica dei 150 mila, la Repubblica aggiunge altre 63 mila uscite nette nel 2014 sulla base dei dati dei primi 9 mesi ed è una stima cauta, perché presuppone una frenata delle tendenze in atto negli ultimi anni. Al valore di 23 miliardi di investimenti in istruzione "esportati" si arriva così. Negli ultimi sei anni il 48% dei migranti aveva terminato le scuole medie, il 30% le superiori e il 22% l'università: i costi sono stimati su questa base.
Il problema è che gli oneri reali sono più alti, perché i dati Istat non colgono tutta la realtà. Molti se ne vanno, ma non lo comunicano all'anagrafe. Gli italiani che nel 2013 hanno preso il "National Insurance Number" (codice fiscale) per lavorare in Gran Bretagna sono quattro volte più di quelli che ufficialmente hanno lasciato l'Italia, secondo l'Istat, per andare Oltremanica. Per il governo tedesco, gli italiani arrivati in Germania solo nella prima metà del 2014 sono più di quelli che, secondo l'Istat, lo hanno fatto in tutto il 2013. Alberto, l'architetto pugliese, non ha mai abbandonato la residenza nel Comune di origine e dunque per l'Italia è ancora qui. Intanto però ha preso domicilio vicino a Monaco per potersi appoggiare al centro per l'impiego locale, che gli ha trovato un posto.
Così l'Italia manda via qualcosa che costa e vale più delle sue autostrade o ferrovie. Lo fa nell'indifferenza dei ministri che raccomandano un figlio, degli universitari che sbarrano la strada ai bravi per favorire i servili. Giorni fa "Pensare Politico", un'associazione di Rimini, in un incontro con 150 studenti di quarta superiori ha chiesto quanti volessero migrare "dopo la laurea". Un terzo della sala ha alzato la mano. È un investimento perduto di 8 milioni, è stato detto. Nessuno degli studenti ha fiatato: a loro sembrava perfettamente logico.
rassegna stampa: la Repubblica 23 marzo 2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/03/23/news/il_laureato_emigrante_un_capitale_umano_costato_23_miliardi_che_l_italia_regala_all_estero-110242042/?ref=HREC1-2
domenica 22 marzo 2015
Trenta domande sui derivati che fanno tremare il Paese
Trenta domande sui derivati che fanno tremare il Paese. Rischi, pressioni esterne e consulenze: il governo deve chiarire
Potremmo
chiamare questa nostra riflessione «Trani a go go e porte girevoli». E
il grande Giorgio Gaber non c'entra. C'è solo di mezzo una storia che,
se verificata, farà tremare i poteri forti della Repubblica e non solo.
Tema: l'opacità della gestione del debito pubblico italiano; le
relazioni inquietanti con le controparti; l'assenza di regole e di
controlli; gli automatismi; i conflitti di interesse; le potenziali
connivenze; la totale irresponsabilità e anomia; l'autoreferenzialità.
Troppi sospetti avvolgono il tutto. Al di là delle
responsabilità penali, che saranno individuate dal processo in corso
presso il tribunale di Trani sulle agenzie di rating, quello che serve è
fare luce sulle regole del gioco: chi fa che cosa; con quale mandato;
con quali controlli.
È per questo che abbiamo già chiesto: 1)
Total disclosure : la totale messa a disposizione di tutte le
informazioni. 2) L'istituzione di una commissione parlamentare
d'inchiesta, per chiarire le vicende che nell'estate-autunno del 2011
portarono alla speculazione finanziaria sul debito sovrano del nostro
paese e alle successive dimissioni del governo Berlusconi. 3)
L'istituzione di una Commissione di vigilanza sul debito pubblico. 4)
Trasparenza sul tema delle «porte girevoli». Molti direttori generali
del Tesoro e molti ministri di via Venti settembre, infatti sono finiti a
fare i banchieri in quelle stesse banche con le quali avevano
stipulato, dal Tesoro, contratti miliardari.
Conoscendo, infine,
la resistenza del ministero dell'Economia ad adempiere alle nostre
richieste, abbiamo depositato in Parlamento una interpellanza al
ministro Padoan, con 30 domande. Ne va della credibilità delle stesse
basi su cui è costruita la nostra Repubblica. Ecco i nostri
interrogativi.
1 Rifacendoci a quanto accaduto con i 2,6 miliardi
versati dal governo Monti a Morgan Stanley a gennaio 2012, esiste un
database di monitoraggio quantitativo delle clausole cosiddette di «
early termination »?
2 Il Mef è in possesso di una contabilizzazione dei rischi prospettici legati a queste clausole?
3
Qualora questi rischi siano correttamente monitorati, con che frequenza
e in che termini vengono quantificati e trasmessi alla Ragioneria
generale dello Stato per la loro contabilizzazione?
4 Esistono
nella contabilità dello Stato opportuni fondi rischi a fronte dei
potenziali obblighi connessi non solo alle clausole di «early
termination», ma anche a tutti i contratti in genere?
5 È
ipotizzabile che, al contrario, tali rischi non trovino alcuna
«disclosure» al di fuori degli uffici del Tesoro, e quindi non siano
neppure contabilizzati nel bilancio dello Stato?
6 Nel già citato caso di Morgan Stanley, a quanto ammontava il relativo fondo rischi in bilancio?
7
Se tale fondo rischi esisteva, c'è stato uno sbilancio tra quanto
effettivamente versato (2,6 miliardi) e quanto era stato accantonato?
8
Qualora non ci fosse stato alcun fondo rischi, esiste presso il Tesoro
un sistema di monitoraggio e di informativa quali-quantitativa dei
contratti in essere?
9 Qual è il rischio statistico di perdita massima attesa sulle clausole di « early termination » ancora in essere?
10
Perché non sono state utilizzate le semplici opzioni cosiddette «cap»,
che avrebbero tutelato di più il Tesoro, con un costo certo e
ammortizzabile?
11 Posto che, di recente, la responsabile della
direzione Debito pubblico del Tesoro, Maria Cannata, ha sostenuto la
necessità di collateralizzazione delle operazioni è stato valutato
l'impatto di questa norma in relazione al passato?
12 È stato
stimato l'ammontare del rischio di credito che le banche dovrebbero
restituire al Tesoro per evitare una sostanziale doppia garanzia?
13 Non sarà mai che tale nuova norma tutela più le controparti e i loro diritti di credito che lo Stato?
14
Poiché l'attuale valore di mercato dei derivati dello Stato è già
pesantemente negativo, per quasi 40 miliardi, non sarà mai che i
collaterali cui tiene tanto la dottoressa Cannata fungano più da
anticipo della liquidazione delle perdite in favore delle banche che da
garanzia per il Tesoro?
15 Qual è la composizione del team della
direzione Debito Pubblico del Tesoro addetto specificatamente alle
attività di «pricing», e quindi di calcolo dei rischi, dei derivati
sottoscritti?
16 Qual è il curriculum di queste persone e dove si sono specializzate?
17
Si tratta di esperti con caratura internazionale almeno pari a quelli
abitualmente presenti nelle grandi banche controparti? Quanti di loro
hanno avuto esperienze di rilievo come responsabili di «desk» operativi
delle banche?
18 Quali sono stati i criteri di selezione e impiego
di questi maxi esperti? Quali e quante sono le loro pubblicazioni in
materia? Quali e quanti concorsi sono stati fatti finora?
19 Quali
sono le dotazioni tecniche dell'ufficio competente, relative alle
attività di «pricing» dei contratti derivati? Quali software vengono
utilizzati? Sono stati prodotti internamente o sono acquistati da
fornitori terzi (in tal caso, scelti come)?
20 Le dotazioni
complessivamente considerate sono almeno pari a quelle delle grandi
banche internazionali controparti (visti gli importi e i rischi in
gioco)? Qualora così non fosse, di cosa c'è bisogno per colmare un
eventuale gap?
21 Come viene misurato e stimato il rischio
finanziario prima di procedere a nuove sottoscrizioni di contratti
derivati e, a maggior ragione, in sede di rinegoziazione di contratti
pregressi?
22 Quanto sono costate le rinegoziazioni di contratti pregressi e qual è stato il procedimento autorizzativo degli stessi?
23 Il Mef ha mai chiesto il supporto consulenziale di soggetti terzi per la valutazione dei rischi finanziari connessi?
24
La direttiva Emir, che tratta il tema di mitigazione dei rischi, impone
sistemi di «pricing» alternativi e concorrenti da affiancare a quelli
già esistenti, come fanno tutte le banche private. Il Tesoro italiano
effettua il «doppio check» delle analisi di prezzo e rischio?
25
Come sono gestiti i rischi operativi all'interno degli uffici del
Tesoro, e, in particolare, i rischi di frodi da parte dei dipendenti; i
rischi su errate valutazioni; i rischi sulla riservatezza e sui
conflitti di interesse?
26 Ci sono mai state pressione di tipo
«commerciale» delle banche nei confronti del governo per fare nuove
operazioni in contratti derivati?
27 Le banche con cui il Tesoro
ha contratti derivati in essere, hanno mai fatto in passato consulenza
al Tesoro o la fanno tuttora? Con quali modalità?
28 Poiché quasi
tutte le controparti con cui il Tesoro ha in essere contratti derivati
sono anche specialisti in titoli di Stato, è stata valutata la
possibilità che questo duplice ruolo attribuisse loro una posizione di
forza nella contrattazione delle operazioni?
29 L'Isda, ossia il
contratto quadro che regola la sottoscrizione dei contratti derivati,
contiene una deroga alla legge regolatrice inglese che si applica nel
caso in cui la controparte sia una banca estera (quasi sempre). Se la
deroga è davvero tanto favorevole, perché non vi hanno fatto ricorso
anche i Comuni, le Province e le Regioni?
30 Essendo, come
affermato più volte dalla dottoressa Cannata, la stipula di contratti
derivati sempre un'operazione di copertura del rischio di tasso/cambio
collegato all'emissione di titoli di Stato, ogni nuova operazione è
sempre riferita a un preciso sottostante definito a priori? O è capitato
che siano state fatte operazioni senza definire il sottostante oppure
attribuendolo solo successivamente?
Su tutto questo ad oggi non
c'è mai stata trasparenza documentale, mai chiarezza politica. Mai nulla
di significativo è stato pubblicato, se non linee guida, riassunti,
sintesi buone per gli allocchi. Finalmente grazie al processo di Trani, e
non certamente per decisione del Mef, qualcosa in queste settimane
comincia a venire fuori. Noi chiediamo che il governo risponda prima di
tutto al Parlamento, quindi al Paese. E quando riceverà la nostra
richiesta di accesso agli atti, dottoressa Cannata, non ci dica che ci
sono disposizioni preclusive, come ha fatto con i colleghi grillini. Lei
sa benissimo che non esistono... applichi la legge. E basta.
rassegna stampa: Il Giornale 22.3.2015 - R. Brunetta
Troppi sospetti avvolgono il tutto. Al di là delle
responsabilità penali, che saranno individuate dal processo in corso
presso il tribunale di Trani sulle agenzie di rating, quello che serve è
fare luce sulle regole del gioco: chi fa che cosa; con quale mandato;
con quali controlli.
È per questo che abbiamo già chiesto: 1)
Total disclosure : la totale messa a disposizione di tutte le
informazioni. 2) L'istituzione di una commissione parlamentare
d'inchiesta, per chiarire le vicende che nell'estate-autunno del 2011
portarono alla speculazione finanziaria sul debito sovrano del nostro
paese e alle successive dimissioni del governo Berlusconi. 3)
L'istituzione di una Commissione di vigilanza sul debito pubblico. 4)
Trasparenza sul tema delle «porte girevoli». Molti direttori generali
del Tesoro e molti ministri di via Venti settembre, infatti sono finiti a
fare i banchieri in quelle stesse banche con le quali avevano
stipulato, dal Tesoro, contratti miliardari.
Conoscendo, infine,
la resistenza del ministero dell'Economia ad adempiere alle nostre
richieste, abbiamo depositato in Parlamento una interpellanza al
ministro Padoan, con 30 domande. Ne va della credibilità delle stesse
basi su cui è costruita la nostra Repubblica. Ecco i nostri
interrogativi.
1 Rifacendoci a quanto accaduto con i 2,6 miliardi
versati dal governo Monti a Morgan Stanley a gennaio 2012, esiste un
database di monitoraggio quantitativo delle clausole cosiddette di «
early termination »?
2 Il Mef è in possesso di una contabilizzazione dei rischi prospettici legati a queste clausole?
3
Qualora questi rischi siano correttamente monitorati, con che frequenza
e in che termini vengono quantificati e trasmessi alla Ragioneria
generale dello Stato per la loro contabilizzazione?
4 Esistono
nella contabilità dello Stato opportuni fondi rischi a fronte dei
potenziali obblighi connessi non solo alle clausole di «early
termination», ma anche a tutti i contratti in genere?
5 È
ipotizzabile che, al contrario, tali rischi non trovino alcuna
«disclosure» al di fuori degli uffici del Tesoro, e quindi non siano
neppure contabilizzati nel bilancio dello Stato?
6 Nel già citato caso di Morgan Stanley, a quanto ammontava il relativo fondo rischi in bilancio?
7
Se tale fondo rischi esisteva, c'è stato uno sbilancio tra quanto
effettivamente versato (2,6 miliardi) e quanto era stato accantonato?
8
Qualora non ci fosse stato alcun fondo rischi, esiste presso il Tesoro
un sistema di monitoraggio e di informativa quali-quantitativa dei
contratti in essere?
9 Qual è il rischio statistico di perdita massima attesa sulle clausole di « early termination » ancora in essere?
10
Perché non sono state utilizzate le semplici opzioni cosiddette «cap»,
che avrebbero tutelato di più il Tesoro, con un costo certo e
ammortizzabile?
11 Posto che, di recente, la responsabile della
direzione Debito pubblico del Tesoro, Maria Cannata, ha sostenuto la
necessità di collateralizzazione delle operazioni è stato valutato
l'impatto di questa norma in relazione al passato?
12 È stato
stimato l'ammontare del rischio di credito che le banche dovrebbero
restituire al Tesoro per evitare una sostanziale doppia garanzia?
13 Non sarà mai che tale nuova norma tutela più le controparti e i loro diritti di credito che lo Stato?
14
Poiché l'attuale valore di mercato dei derivati dello Stato è già
pesantemente negativo, per quasi 40 miliardi, non sarà mai che i
collaterali cui tiene tanto la dottoressa Cannata fungano più da
anticipo della liquidazione delle perdite in favore delle banche che da
garanzia per il Tesoro?
15 Qual è la composizione del team della
direzione Debito Pubblico del Tesoro addetto specificatamente alle
attività di «pricing», e quindi di calcolo dei rischi, dei derivati
sottoscritti?
16 Qual è il curriculum di queste persone e dove si sono specializzate?
17
Si tratta di esperti con caratura internazionale almeno pari a quelli
abitualmente presenti nelle grandi banche controparti? Quanti di loro
hanno avuto esperienze di rilievo come responsabili di «desk» operativi
delle banche?
18 Quali sono stati i criteri di selezione e impiego
di questi maxi esperti? Quali e quante sono le loro pubblicazioni in
materia? Quali e quanti concorsi sono stati fatti finora?
19 Quali
sono le dotazioni tecniche dell'ufficio competente, relative alle
attività di «pricing» dei contratti derivati? Quali software vengono
utilizzati? Sono stati prodotti internamente o sono acquistati da
fornitori terzi (in tal caso, scelti come)?
20 Le dotazioni
complessivamente considerate sono almeno pari a quelle delle grandi
banche internazionali controparti (visti gli importi e i rischi in
gioco)? Qualora così non fosse, di cosa c'è bisogno per colmare un
eventuale gap?
21 Come viene misurato e stimato il rischio
finanziario prima di procedere a nuove sottoscrizioni di contratti
derivati e, a maggior ragione, in sede di rinegoziazione di contratti
pregressi?
22 Quanto sono costate le rinegoziazioni di contratti pregressi e qual è stato il procedimento autorizzativo degli stessi?
23 Il Mef ha mai chiesto il supporto consulenziale di soggetti terzi per la valutazione dei rischi finanziari connessi?
24
La direttiva Emir, che tratta il tema di mitigazione dei rischi, impone
sistemi di «pricing» alternativi e concorrenti da affiancare a quelli
già esistenti, come fanno tutte le banche private. Il Tesoro italiano
effettua il «doppio check» delle analisi di prezzo e rischio?
25
Come sono gestiti i rischi operativi all'interno degli uffici del
Tesoro, e, in particolare, i rischi di frodi da parte dei dipendenti; i
rischi su errate valutazioni; i rischi sulla riservatezza e sui
conflitti di interesse?
26 Ci sono mai state pressione di tipo
«commerciale» delle banche nei confronti del governo per fare nuove
operazioni in contratti derivati?
27 Le banche con cui il Tesoro
ha contratti derivati in essere, hanno mai fatto in passato consulenza
al Tesoro o la fanno tuttora? Con quali modalità?
28 Poiché quasi
tutte le controparti con cui il Tesoro ha in essere contratti derivati
sono anche specialisti in titoli di Stato, è stata valutata la
possibilità che questo duplice ruolo attribuisse loro una posizione di
forza nella contrattazione delle operazioni?
29 L'Isda, ossia il
contratto quadro che regola la sottoscrizione dei contratti derivati,
contiene una deroga alla legge regolatrice inglese che si applica nel
caso in cui la controparte sia una banca estera (quasi sempre). Se la
deroga è davvero tanto favorevole, perché non vi hanno fatto ricorso
anche i Comuni, le Province e le Regioni?
30 Essendo, come
affermato più volte dalla dottoressa Cannata, la stipula di contratti
derivati sempre un'operazione di copertura del rischio di tasso/cambio
collegato all'emissione di titoli di Stato, ogni nuova operazione è
sempre riferita a un preciso sottostante definito a priori? O è capitato
che siano state fatte operazioni senza definire il sottostante oppure
attribuendolo solo successivamente?
Su tutto questo ad oggi non
c'è mai stata trasparenza documentale, mai chiarezza politica. Mai nulla
di significativo è stato pubblicato, se non linee guida, riassunti,
sintesi buone per gli allocchi. Finalmente grazie al processo di Trani, e
non certamente per decisione del Mef, qualcosa in queste settimane
comincia a venire fuori. Noi chiediamo che il governo risponda prima di
tutto al Parlamento, quindi al Paese. E quando riceverà la nostra
richiesta di accesso agli atti, dottoressa Cannata, non ci dica che ci
sono disposizioni preclusive, come ha fatto con i colleghi grillini. Lei
sa benissimo che non esistono... applichi la legge. E basta.
rassegna stampa: Il Giornale 22.3.2015 - R. Brunetta
sabato 14 marzo 2015
Stretta sulle banche: scatta l'allarme mutui
Gli istituti potrebbero essere costretti a negare i prestiti alle famiglie. È colpa di una regola al vaglio della cosiddetta "commissione Basilea"
Roma
- Sognate di comperare una casa? Se ne avete la possibilità,
affrettatevi perché, nel breve periodo, le banche potrebbero avere
maggiori difficoltà nell'erogazione dei mutui ipotecari.
Ma il Quantitative Easing e i prestiti Tltro della Bce non
dovevano servire a consentire un più facile accesso al credito anche per
i cittadini? La risposta è affermativa, ma - in questo caso - Mario
Draghi e i singoli governi nazionali hanno minori responsabilità. Si
tratta, come svelato ieri dal quotidiano Mf , di un documento posto in
consultazione a dicembre dal Comitato di Basilea, la commissione dei
Paesi G20 che si occupa di stabilire le regole del credito.
In
particolare, i tecnici stanno cercando di capire dalle singole banche
nazionali se l'attuale livello di «copertura» standard sui prestiti sia
appropriato. Ogni istituto di credito, infatti, quando concede un
finanziamento è tenuto a bloccare una quota del proprio patrimonio,
proporzionale a quanto erogato, nella malaugurata ipotesi di default del
debitore. L'ipotesi al vaglio è quella di un giro di vite su alcuni
tipi di prestito, in primis i mutui ipotecari. Attualmente esiste
un'unica categoria per gli accantonamenti (il termine tecnico è
«ponderazione») relativi ai prestiti sulle abitazioni ed è pari al 35%,
cioè per ogni euro destinato al contratto di mutuo la banca mette via 35
centesimi. Non si tratta di generosità, ma di garanzie pre-esistenti.
Come noto a tutti (o quasi), se non si può pagare la rata del mutuo, la
banca diventa immediatamente proprietaria dell'immobile che rappresenta
la garanzia reale del prestito.
Secondo il Comitato di Basilea,
questa prassi non sarebbe adeguata a coprirsi dal rischio di default del
debitore, in quanto la maggior parte dei mutui ipotecari finanzia più
del 50% del valore dell'immobile. Nel linguaggio bancario si usano
l'espressione Loan-to-value e l'acronimo Ltv, cioè «prestito in
relazione al valore». La proposta è quella di parametrare le
ponderazioni sia al Loan-to-value che all'incidenza sul reddito
disponibile, ossia alla quota di risorse impegnata al servizio del
debito. Quest'ultima, nella stragrande maggioranza dei casi, si attesta
attorno al 35% di quanto guadagnato mensilmente dal sottoscrittore del
contratto di mutuo. La griglia studiata dal Comitato prevede, per questo
caso specifico, ponderazioni comprese tra il 40 e il 50% se l'Ltv è
nella fascia 60-80%, quella canonica dei mutui. Ciò comporterebbe la
possibilità di lasciare invariata la ponderazione solo per chi ha già in
tasca il 50% del valore dell'immobile.
È un'ipotesi allo studio,
occorre sempre ricordarlo, ma già il sistema bancario italiano ha fatto
filtrare insoddisfazione. A fine 2014, infatti, le sofferenze, cioè
l'insieme dei prestiti non onorati a vario titolo dai debitori, ha
raggiunto la cifra monstre di 183,7 miliardi di euro. Questo già
comporta (e ha comportato negli anni scorsi) un appesantimento dei
bilanci a causa di svalutazioni e rettifiche. Aumentare ulteriormente la
copertura dei prestiti significa rinunciare a un incremento della
redditività. E soprattutto significa rinunciare a un'opportunità di
business (+32% i mutui concessi nel 2014), vista la minore possibilità
di erogazione di mutui che ne deriverebbe. Il ragionamento degli
istituti italiani è più o meno il seguente: i mutui sono già coperti
naturalmente dagli immobili. Inoltre, nei casi in cui il Loan-to-value
sia particolarmente elevato si richiedono ulteriori garanzie. Troppo
rigore potrebbe, perciò, rivelarsi controproducente.
rassegna stampa: il giornale 14.03.2015 -
Gian Maria De Francesco
http://www.ilgiornale.it/news/politica/stretta-sulle-banche-scatta-lallarme-mutui-1104976.html
In particolare, i tecnici stanno cercando di capire dalle singole banche nazionali se l'attuale livello di «copertura» standard sui prestiti sia appropriato. Ogni istituto di credito, infatti, quando concede un finanziamento è tenuto a bloccare una quota del proprio patrimonio, proporzionale a quanto erogato, nella malaugurata ipotesi di default del debitore. L'ipotesi al vaglio è quella di un giro di vite su alcuni tipi di prestito, in primis i mutui ipotecari. Attualmente esiste un'unica categoria per gli accantonamenti (il termine tecnico è «ponderazione») relativi ai prestiti sulle abitazioni ed è pari al 35%, cioè per ogni euro destinato al contratto di mutuo la banca mette via 35 centesimi. Non si tratta di generosità, ma di garanzie pre-esistenti. Come noto a tutti (o quasi), se non si può pagare la rata del mutuo, la banca diventa immediatamente proprietaria dell'immobile che rappresenta la garanzia reale del prestito.
Secondo il Comitato di Basilea, questa prassi non sarebbe adeguata a coprirsi dal rischio di default del debitore, in quanto la maggior parte dei mutui ipotecari finanzia più del 50% del valore dell'immobile. Nel linguaggio bancario si usano l'espressione Loan-to-value e l'acronimo Ltv, cioè «prestito in relazione al valore». La proposta è quella di parametrare le ponderazioni sia al Loan-to-value che all'incidenza sul reddito disponibile, ossia alla quota di risorse impegnata al servizio del debito. Quest'ultima, nella stragrande maggioranza dei casi, si attesta attorno al 35% di quanto guadagnato mensilmente dal sottoscrittore del contratto di mutuo. La griglia studiata dal Comitato prevede, per questo caso specifico, ponderazioni comprese tra il 40 e il 50% se l'Ltv è nella fascia 60-80%, quella canonica dei mutui. Ciò comporterebbe la possibilità di lasciare invariata la ponderazione solo per chi ha già in tasca il 50% del valore dell'immobile.
È un'ipotesi allo studio, occorre sempre ricordarlo, ma già il sistema bancario italiano ha fatto filtrare insoddisfazione. A fine 2014, infatti, le sofferenze, cioè l'insieme dei prestiti non onorati a vario titolo dai debitori, ha raggiunto la cifra monstre di 183,7 miliardi di euro. Questo già comporta (e ha comportato negli anni scorsi) un appesantimento dei bilanci a causa di svalutazioni e rettifiche. Aumentare ulteriormente la copertura dei prestiti significa rinunciare a un incremento della redditività. E soprattutto significa rinunciare a un'opportunità di business (+32% i mutui concessi nel 2014), vista la minore possibilità di erogazione di mutui che ne deriverebbe. Il ragionamento degli istituti italiani è più o meno il seguente: i mutui sono già coperti naturalmente dagli immobili. Inoltre, nei casi in cui il Loan-to-value sia particolarmente elevato si richiedono ulteriori garanzie. Troppo rigore potrebbe, perciò, rivelarsi controproducente.
rassegna stampa: il giornale 14.03.2015 - Gian Maria De Francesco
http://www.ilgiornale.it/news/politica/stretta-sulle-banche-scatta-lallarme-mutui-1104976.html
martedì 10 marzo 2015
I titoli di Stato e le verità nascoste che fanno tremare la Repubblica
Al processo alle agenzie di rating a Trani si scopre che il Tesoro è sottomesso alle banche che comprano Btp e fanno affari d'oro grazie a clausole capestro.
C'è
una storia che, se verificata, farà tremare i poteri forti della
Repubblica e non solo. Dopo quanto è accaduto nell'ultima settimana,
dopo il deposito da parte del pubblico ministero della procura di Trani
del «Verbale di assunzione di informazioni» della dirigente responsabile
della gestione del debito pubblico italiano, dottoressa Maria Cannata,
nell'ambito del processo contro le agenzie di rating Fitch e Standard
& Poor's, nulla sarà più come prima.
Per la prima volta nella storia repubblicana si
comincia a far luce sul nostro debito sovrano: su come vengono gestite
le aste attraverso le quali i titoli di Stato sono collocati sul
mercato; chi se ne occupa al dipartimento del Tesoro, presso il
ministero dell'Economia e delle finanze (Mef); chi sono le controparti;
come vengono fronteggiati i rischi che emissioni di circa 400 miliardi
di euro all'anno comportano. Su tutto questo ad oggi non c'è mai stata
trasparenza documentale. Neanche nei periodi peggiori della crisi
economica e finanziaria che ha colpito il nostro Paese a partire dal
2011 è stata data all'opinione pubblica alcuna spiegazione. Si è solo
usato il panico dello spread per condizionare la politica, l'economia e
le istituzioni.
Nessuno spiegava le regole e le procedure, che
rimanevano assolutamente opache. Nessuno che spiegasse, per esempio,
cos'è il mercato primario, ove il Tesoro offre mensilmente titoli di
Stato di nuova emissione con diverse scadenze; qual è il ruolo di 20
banche (i cosiddetti «Specialisti in titoli di Stato») che acquistano i
titoli direttamente dall'emittente; cos'è il mercato secondario, dove
400 intermediari finanziari abilitati, sotto la vigilanza di Banca
d'Italia, Consob e Tesoro, si scambiano quegli stessi titoli. E nessuno
ha mai spiegato come funzionano le transazioni over the counter , il
terzo mercato dove non vige nessuna regola.
Grazie al processo di
Trani qualcosa in queste settimane comincia a venire fuori dopo il
deposito da parte del pm del «Verbale di assunzione di informazioni»
della dirigente responsabile della gestione del debito pubblico
italiano, dottoressa Maria Cannata. Un rapporto perverso, incestuoso, di
sudditanza, psicologica e tecnica, tra il nostro Tesoro e le poche
banche che comprano i titoli di Stato e impongono contratti derivati
volti a «coprire» il rischio di eccessivo aumento dei rendimenti dei
titoli emessi dal Tesoro medesimo.
La dottoressa Cannata afferma
che il Tesoro ha impostato così il suo rapporto con queste «controparti»
per garantirsi la totale copertura delle aste mensili. Sì, ma a che
prezzo? Di fatto a quello imposto da quelle stesse 20 banche che, dopo
aver condizionato il prezzo dei titoli sul mercato secondario finivano
per trovarsi sul mercato primario il piatto pronto e caldo dei
rendimenti.
Non solo: alcune di esse sono anche azioniste delle
società di rating che danno la pagella al nostro debito sovrano che
quelle stesse banche azioniste sono chiamate a comprare. Altro che
concorrenza, siamo nella più totale situazione di connivenza leonina.
C'è chi ordina e c'è chi obbedisce. E, per non lasciar nulla al caso,
per partecipare alle aste quelle stesse banche finiscono per chiedere
anche la sottoscrizione di contratti «paralleli» costosissimi, con
clausole «di salvaguardia» onerosissime, guarda caso solo con lo Stato
italiano. Si pensi a Morgan Stanley: per la risoluzione anticipata di un
suo contratto in essere con il Tesoro, nel dicembre 2011 (governo
Monti) è stata pagata una penale di 2,6 miliardi di euro, su una
esposizione tra i 50 e 100 milioni di dollari. Quando mai la penale di
un contratto vale così tanto di più rispetto al contratto stesso? La
dottoressa Cannata ci ha reso edotti che nel 2014 anche altre due banche
hanno esercitato clausole del tipo «Morgan Stanley», ma non è dato
sapere quali le banche, quali i motivi, quanto ci sia costata, chi siano
le controparti. In realtà la Cannata afferma che dei 13 contratti del
Tesoro solo uno è subordinato «al verificarsi di un credit events » che
consiste nella riduzione del merito di credito da parte delle agenzie di
rating al di sotto di una determinata soglia, mentre gli altri 12
contengono opzioni di esercizio della clausola «non condizionate», a
totale discrezione delle parti. Dall'audizione sembra che il Tesoro
abbia un solo ruolo: pagare e tacere e, se del caso, sorridere. Che
tristezza essere costretti a inserire negli accordi costosissime
clausole per invogliare la controparte a stipulare un contratto che essa
stessa propone e su cui essa stessa guadagna. Michel Houellebecq la
chiamerebbe «sottomissione».
Così come «sottomissione» è quella
dimostrata dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che non ha
voluto o è stato «consigliato» di non costituirsi parte civile nel
processo di Trani, perché questo avrebbe potuto condizionare la nostra
reputazione nei confronti delle banche creditrici. Ma siamo di fronte a
20 banche agguerrite e spesso senza scrupoli, che decidono del nostro
debito pubblico. «Sottomissione» dichiarata, quando la dottoressa
Cannata afferma che negli anni della crisi sono stati stipulati
contratti derivati che allungassero la duration dei titoli, per evitare
che questi risentissero delle fluttuazioni dei tassi.
Si pone
l'interrogativo degli interrogativi: se con le 20 banche il Tesoro parla
per «assicurare un andamento efficiente dei mercati» e se il Tesoro
gestisce tanto bene il debito pubblico e controlla tanto bene i mercati,
perché nell'estate-autunno del 2011 i rendimenti dei titoli di Stato
andarono alle stelle? Perché all'apparenza saltò il sistema? Perché il
panico? Perché si disse che eravamo sull'orlo del baratro? C'è qualcosa
che non torna.
Fu vera crisi, se tutto era sotto controllo, anche
se a costi altissimi? In realtà, ma lo diciamo da tempo, pensiamo si sia
trattato di un vero e proprio imbroglio. Per soldi e per potere. I
titoli di Stato raggiunsero quei rendimenti così alti non solo per un
attacco speculativo in atto, ma soprattutto perché il Tesoro aveva già
concesso a quelle 20 banche quelle condizioni capestro. Altrimenti non
avrebbero comprato, e le aste sarebbero andate deserte.
Al di là
delle responsabilità penali, che saranno individuate dal processo di
Trani, quello che serve è fare luce sulle regole del gioco: chi fa che
cosa? Con quale mandato? Con quali controlli? Sarebbe bene che di tutto
questo gli ottimi funzionari del Tesoro riferissero periodicamente al
Parlamento. Magari alla commissione di Vigilanza sul debito pubblico
istituita nel 1963 e soppressa nel 1993, guarda caso poco prima che si
cominciasse a «giocare» con i derivati.
E perché molti direttori
generali del Tesoro e molti ministri di via Venti settembre, persone
tutte qualificate e rispettabilissime sono finiti poi a fare i banchieri
in quelle stesse banche con le quali avevano stipulato contratti
miliardari? Si tratta di etica dell'amministrazione, e di trasparenza. E
qui ci fermiamo. Con poche righe di sintesi.
L'opacità della
gestione del debito, le relazioni inquietanti con le controparti,
l'assenza di regole e di controlli e i conflitti di interesse non fanno
altro che alimentare sospetti. A cui si deve rispondere con la messa a
disposizione di tutte le informazioni Ne va della credibilità delle basi
su cui è costruita la nostra Repubblica.
rassegna stampa: Il Giornale 8 marzo 2015
http://www.ilgiornale.it/news/politica/i-titoli-stato-e-verit-nascoste-che-fanno-tremare-repubblica-1102825.html
Nessuno spiegava le regole e le procedure, che rimanevano assolutamente opache. Nessuno che spiegasse, per esempio, cos'è il mercato primario, ove il Tesoro offre mensilmente titoli di Stato di nuova emissione con diverse scadenze; qual è il ruolo di 20 banche (i cosiddetti «Specialisti in titoli di Stato») che acquistano i titoli direttamente dall'emittente; cos'è il mercato secondario, dove 400 intermediari finanziari abilitati, sotto la vigilanza di Banca d'Italia, Consob e Tesoro, si scambiano quegli stessi titoli. E nessuno ha mai spiegato come funzionano le transazioni over the counter , il terzo mercato dove non vige nessuna regola.
Grazie al processo di Trani qualcosa in queste settimane comincia a venire fuori dopo il deposito da parte del pm del «Verbale di assunzione di informazioni» della dirigente responsabile della gestione del debito pubblico italiano, dottoressa Maria Cannata. Un rapporto perverso, incestuoso, di sudditanza, psicologica e tecnica, tra il nostro Tesoro e le poche banche che comprano i titoli di Stato e impongono contratti derivati volti a «coprire» il rischio di eccessivo aumento dei rendimenti dei titoli emessi dal Tesoro medesimo.
La dottoressa Cannata afferma che il Tesoro ha impostato così il suo rapporto con queste «controparti» per garantirsi la totale copertura delle aste mensili. Sì, ma a che prezzo? Di fatto a quello imposto da quelle stesse 20 banche che, dopo aver condizionato il prezzo dei titoli sul mercato secondario finivano per trovarsi sul mercato primario il piatto pronto e caldo dei rendimenti.
Non solo: alcune di esse sono anche azioniste delle società di rating che danno la pagella al nostro debito sovrano che quelle stesse banche azioniste sono chiamate a comprare. Altro che concorrenza, siamo nella più totale situazione di connivenza leonina. C'è chi ordina e c'è chi obbedisce. E, per non lasciar nulla al caso, per partecipare alle aste quelle stesse banche finiscono per chiedere anche la sottoscrizione di contratti «paralleli» costosissimi, con clausole «di salvaguardia» onerosissime, guarda caso solo con lo Stato italiano. Si pensi a Morgan Stanley: per la risoluzione anticipata di un suo contratto in essere con il Tesoro, nel dicembre 2011 (governo Monti) è stata pagata una penale di 2,6 miliardi di euro, su una esposizione tra i 50 e 100 milioni di dollari. Quando mai la penale di un contratto vale così tanto di più rispetto al contratto stesso? La dottoressa Cannata ci ha reso edotti che nel 2014 anche altre due banche hanno esercitato clausole del tipo «Morgan Stanley», ma non è dato sapere quali le banche, quali i motivi, quanto ci sia costata, chi siano le controparti. In realtà la Cannata afferma che dei 13 contratti del Tesoro solo uno è subordinato «al verificarsi di un credit events » che consiste nella riduzione del merito di credito da parte delle agenzie di rating al di sotto di una determinata soglia, mentre gli altri 12 contengono opzioni di esercizio della clausola «non condizionate», a totale discrezione delle parti. Dall'audizione sembra che il Tesoro abbia un solo ruolo: pagare e tacere e, se del caso, sorridere. Che tristezza essere costretti a inserire negli accordi costosissime clausole per invogliare la controparte a stipulare un contratto che essa stessa propone e su cui essa stessa guadagna. Michel Houellebecq la chiamerebbe «sottomissione».
Così come «sottomissione» è quella dimostrata dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che non ha voluto o è stato «consigliato» di non costituirsi parte civile nel processo di Trani, perché questo avrebbe potuto condizionare la nostra reputazione nei confronti delle banche creditrici. Ma siamo di fronte a 20 banche agguerrite e spesso senza scrupoli, che decidono del nostro debito pubblico. «Sottomissione» dichiarata, quando la dottoressa Cannata afferma che negli anni della crisi sono stati stipulati contratti derivati che allungassero la duration dei titoli, per evitare che questi risentissero delle fluttuazioni dei tassi.
Si pone l'interrogativo degli interrogativi: se con le 20 banche il Tesoro parla per «assicurare un andamento efficiente dei mercati» e se il Tesoro gestisce tanto bene il debito pubblico e controlla tanto bene i mercati, perché nell'estate-autunno del 2011 i rendimenti dei titoli di Stato andarono alle stelle? Perché all'apparenza saltò il sistema? Perché il panico? Perché si disse che eravamo sull'orlo del baratro? C'è qualcosa che non torna.
Fu vera crisi, se tutto era sotto controllo, anche se a costi altissimi? In realtà, ma lo diciamo da tempo, pensiamo si sia trattato di un vero e proprio imbroglio. Per soldi e per potere. I titoli di Stato raggiunsero quei rendimenti così alti non solo per un attacco speculativo in atto, ma soprattutto perché il Tesoro aveva già concesso a quelle 20 banche quelle condizioni capestro. Altrimenti non avrebbero comprato, e le aste sarebbero andate deserte.
Al di là delle responsabilità penali, che saranno individuate dal processo di Trani, quello che serve è fare luce sulle regole del gioco: chi fa che cosa? Con quale mandato? Con quali controlli? Sarebbe bene che di tutto questo gli ottimi funzionari del Tesoro riferissero periodicamente al Parlamento. Magari alla commissione di Vigilanza sul debito pubblico istituita nel 1963 e soppressa nel 1993, guarda caso poco prima che si cominciasse a «giocare» con i derivati.
E perché molti direttori generali del Tesoro e molti ministri di via Venti settembre, persone tutte qualificate e rispettabilissime sono finiti poi a fare i banchieri in quelle stesse banche con le quali avevano stipulato contratti miliardari? Si tratta di etica dell'amministrazione, e di trasparenza. E qui ci fermiamo. Con poche righe di sintesi.
L'opacità della gestione del debito, le relazioni inquietanti con le controparti, l'assenza di regole e di controlli e i conflitti di interesse non fanno altro che alimentare sospetti. A cui si deve rispondere con la messa a disposizione di tutte le informazioni Ne va della credibilità delle basi su cui è costruita la nostra Repubblica.
rassegna stampa: Il Giornale 8 marzo 2015
http://www.ilgiornale.it/news/politica/i-titoli-stato-e-verit-nascoste-che-fanno-tremare-repubblica-1102825.html
giovedì 5 marzo 2015
Quella crisi voluta dai potenti per mettere in ginocchio gli italiani
Così
la crisi è diventata un'occasione per indebolire i poteri dei governi e
rimpinguare le tasche di chi gestisce gli interesse internazionali
In Italia
funziona così: non bisogna dire quello che forse sappiamo già. I
politici tacciono, i potenti si defilano, le bocche più esperte dicono e
non dicono. Per capire nel profondo la crisi economica che ci sta
soffocano occorre un occhio esterno, che sappia analizzare la situazione
italiana ed europea con senso critico e preciso.
Per la serie: "Vogliamo sentircelo dire e spiegare da qualcuno". Andrew Spannaus, esperto di macroeconomia
e geopolitica di origine americane vive ormai da 18 anni in italia e fa
parte di quella categoria di professionisti che vanno a fondo alle
questioni e si mettono in discussione, a qualsiasi livello. Scomodo?
Forse, ma costruttivo.
Per capire il problema che sta dietro alla crisi economica europea ci fa un esempio molto pratico prendendo come riferimento la Grecia: " La situazione era già terribile, ma per quanto disastrosa con la politica della troika che coinvolge Commissione Europea, Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico
é peggiorato". Un esempio semplice per capire che la pressione fiscale
raggiunta in Italia deriva da 20 anni di politica basata su
liberalizzazioni, privatizzazioni, politica di bilancio, finalizzata non
a migliorare l'economia ma a far parte di un modello internazionale
dove domina un grande capitale". Secondo Spannaus infatti, per salvarsi,
occorre ritornare (il prima possibile) a una situazione dove lo Stato
ha un ruolo definito e riconosciuto capace quindi di fare investimenti
produttivi. Bisogna cioè avere una politica creditizia, e per farlo
"Propongo la separazione bancaria dove le banche non fanno tutto a modi
"banca universale" perchè oggi chi ha bisogno di soldi non può prenderli
e chi non ha bisogno, prende. La mossa più sbagliata e (quasi) fatale é
stata quella di mettere tutto il sistema finanziario nel mercato
internazionale in modo che tutto sia tarato sul livello delle grandi
banche. Banche che hanno inevitabilmente speculato". Infatti, la
direzione migliore sarebbe quella di separare banche ordinarie e banche
speculative, ma nell'attesa l'Italia vedrà consolidare le difficoltà per
la classe media e una crescita limitata ad alcuni settori. Una realtà -
spiega Spannaus - molto affine a quella degli Stati uniti dove la
classe media si sta indebolendo, a dispetto dei dati che ci vengono
forniti.
Come
si colloca Matteo Renzi nel panorama della crisi? Come si dice "meglio
dare un colpo al cerchio e uno alla botte". Secondo Spannaus infatti il
Premier punta molto sull'appoggio dei settori che hanno interessi
internazionali così da poter fare da una parte il "rottamatore"
all'interno dell'Italia e "farsi bello", e dall'altra rimanere attaccato
alle stanze che muovono grandi interessi. Facendo un passo indietro poi
Spannaus conferma che il disastro creato da Mario Monti e dal suo
governo di tecnici " non é stato casuale, bensì voluto". Anche Monti e
Amato lo hanno confermato. In soldoni ci hanno detto che l'Italia si
sarebbe fatta finanziare il deficit dall'estero perchè da sola non era
in grado, e che quindi si riducevano i consumi dei cittadini. Quali sono
le vere intenzioni? " Ecco, l'intenzione é quella di sfruttare la crisi
economica per rafforzare le strutture sovranazionali. Con Mario Monti
si sono trasferite le sovranità dalle nazioni al'Unione Europea. Solo in
periodo di crisi, approfittando del momento, questo é stato possibile" -
afferma Spannaus. Il dramma é che la popolazione e il governo non hanno
più alcun potere e le decisioni vengono prese a livelli più alti.
Se
al posto di Renzi ci fosse Spannaus (recuperati i poteri) prenderebbe
subito in mano la questione del credito e delle banche, poichè "la
politica del dare più soldi al settore finanziario non ha funzionato e
non funziona!" - commenta. Questo infatti é un modo per far chiudere
bottega alle imprese o metterle nella condizione di abbassare la
seracinesca. Poichè in Italia le imprese sono finanziate dalle banche,
queste devono ritornare a fare le banche. "Anche l'esportazione - spiega
Spannaus - va molto di moda, ma i settori come la meccanica di
precisione possono contare su questo meccanismo, non tutti. Gli altri
settori non vanno bene per colpa della politica, non per incapacità".
E
se poi qualcuno pensa ancora che il modello tedesco sia il migliore
Spannaus risponde così: "Non dovete andare a scuola dalla Germania -
sorride" e neppure pensare che le cose andrebbero meglio adottando la
politica tedesca: pensiamo ai derivati della Deutsche Bank, alla
riduzione dei salari dei servizi sociali, alla cannibalizzazione della
produzione industriale, Occorre invece pensare di collaborare ridando
alla politica la possibilità di decidere.
rassegna stampa: Il Giornale 5.03.2015
Così
la crisi è diventata un'occasione per indebolire i poteri dei governi e
rimpinguare le tasche di chi gestisce gli interesse internazionali
In Italia
funziona così: non bisogna dire quello che forse sappiamo già. I
politici tacciono, i potenti si defilano, le bocche più esperte dicono e
non dicono. Per capire nel profondo la crisi economica che ci sta
soffocano occorre un occhio esterno, che sappia analizzare la situazione
italiana ed europea con senso critico e preciso.
Per la serie: "Vogliamo sentircelo dire e spiegare da qualcuno". Andrew Spannaus, esperto di macroeconomia
e geopolitica di origine americane vive ormai da 18 anni in italia e fa
parte di quella categoria di professionisti che vanno a fondo alle
questioni e si mettono in discussione, a qualsiasi livello. Scomodo?
Forse, ma costruttivo.
Per capire il problema che sta dietro alla crisi economica europea ci fa un esempio molto pratico prendendo come riferimento la Grecia: " La situazione era già terribile, ma per quanto disastrosa con la politica della troika che coinvolge Commissione Europea, Banca Centrale e Fondo Monetario Internazionale, il debito pubblico
é peggiorato". Un esempio semplice per capire che la pressione fiscale
raggiunta in Italia deriva da 20 anni di politica basata su
liberalizzazioni, privatizzazioni, politica di bilancio, finalizzata non
a migliorare l'economia ma a far parte di un modello internazionale
dove domina un grande capitale". Secondo Spannaus infatti, per salvarsi,
occorre ritornare (il prima possibile) a una situazione dove lo Stato
ha un ruolo definito e riconosciuto capace quindi di fare investimenti
produttivi. Bisogna cioè avere una politica creditizia, e per farlo
"Propongo la separazione bancaria dove le banche non fanno tutto a modi
"banca universale" perchè oggi chi ha bisogno di soldi non può prenderli
e chi non ha bisogno, prende. La mossa più sbagliata e (quasi) fatale é
stata quella di mettere tutto il sistema finanziario nel mercato
internazionale in modo che tutto sia tarato sul livello delle grandi
banche. Banche che hanno inevitabilmente speculato". Infatti, la
direzione migliore sarebbe quella di separare banche ordinarie e banche
speculative, ma nell'attesa l'Italia vedrà consolidare le difficoltà per
la classe media e una crescita limitata ad alcuni settori. Una realtà -
spiega Spannaus - molto affine a quella degli Stati uniti dove la
classe media si sta indebolendo, a dispetto dei dati che ci vengono
forniti.
Come
si colloca Matteo Renzi nel panorama della crisi? Come si dice "meglio
dare un colpo al cerchio e uno alla botte". Secondo Spannaus infatti il
Premier punta molto sull'appoggio dei settori che hanno interessi
internazionali così da poter fare da una parte il "rottamatore"
all'interno dell'Italia e "farsi bello", e dall'altra rimanere attaccato
alle stanze che muovono grandi interessi. Facendo un passo indietro poi
Spannaus conferma che il disastro creato da Mario Monti e dal suo
governo di tecnici " non é stato casuale, bensì voluto". Anche Monti e
Amato lo hanno confermato. In soldoni ci hanno detto che l'Italia si
sarebbe fatta finanziare il deficit dall'estero perchè da sola non era
in grado, e che quindi si riducevano i consumi dei cittadini. Quali sono
le vere intenzioni? " Ecco, l'intenzione é quella di sfruttare la crisi
economica per rafforzare le strutture sovranazionali. Con Mario Monti
si sono trasferite le sovranità dalle nazioni al'Unione Europea. Solo in
periodo di crisi, approfittando del momento, questo é stato possibile" -
afferma Spannaus. Il dramma é che la popolazione e il governo non hanno
più alcun potere e le decisioni vengono prese a livelli più alti.
Se
al posto di Renzi ci fosse Spannaus (recuperati i poteri) prenderebbe
subito in mano la questione del credito e delle banche, poichè "la
politica del dare più soldi al settore finanziario non ha funzionato e
non funziona!" - commenta. Questo infatti é un modo per far chiudere
bottega alle imprese o metterle nella condizione di abbassare la
seracinesca. Poichè in Italia le imprese sono finanziate dalle banche,
queste devono ritornare a fare le banche. "Anche l'esportazione - spiega
Spannaus - va molto di moda, ma i settori come la meccanica di
precisione possono contare su questo meccanismo, non tutti. Gli altri
settori non vanno bene per colpa della politica, non per incapacità".
E
se poi qualcuno pensa ancora che il modello tedesco sia il migliore
Spannaus risponde così: "Non dovete andare a scuola dalla Germania -
sorride" e neppure pensare che le cose andrebbero meglio adottando la
politica tedesca: pensiamo ai derivati della Deutsche Bank, alla
riduzione dei salari dei servizi sociali, alla cannibalizzazione della
produzione industriale, Occorre invece pensare di collaborare ridando
alla politica la possibilità di decidere.
rassegna stampa: Il Giornale 5.03.2015
rassegna stampa: Il Giornale 5.03.2015
GRAN BRETAGNA-BCE: 1 A 0 CHE PESA
LA CITY CHE CONDIZIONA L’EURO RESTANDONE FUORI
Tra le tante e inevitabili anomalie dell’euro, una sta diventando particolarmente pesante: è quella di avere la capitale finanziaria in un Paese che non fa parte dell’Unione monetaria.
La capitale è Londra, dove ogni giorno i trader vendono e comprano una quantità di euro più che doppia rispetto a quella scambiata all’interno dell’eurozona. Sono basate nella City anche le più grandi clearing house, le società che fanno da controparti e garanti per i pagamenti nelle operazioni su titoli derivati.
La capitale è Londra, dove ogni giorno i trader vendono e comprano una quantità di euro più che doppia rispetto a quella scambiata all’interno dell’eurozona. Sono basate nella City anche le più grandi clearing house, le società che fanno da controparti e garanti per i pagamenti nelle operazioni su titoli derivati.
È rischioso che le società che compensano colossali transazioni di titoli basati sull’euro siano fuori dall’area
della moneta unica. Questa situazione, scriveva la Banca centrale europea nel 2011, «potrebbe potenzialmente mettere in discussione il controllo dell’euro da parte dell’Eurosistema».
della moneta unica. Questa situazione, scriveva la Banca centrale europea nel 2011, «potrebbe potenzialmente mettere in discussione il controllo dell’euro da parte dell’Eurosistema».
Per questo la Bce aveva stabilito che solo le clearing house dei Paesi dell’eurozona potessero gestire più del 5% di un derivato denominato in euro. Il governo britannico, comprensibilmente spaventato dalle enormi perdite che il divieto avrebbero comportato per la City, ha fatto ricorso e ha vinto perché – ha stabilito la Corte di giustizia europea – la Bce non ha titolo per imporre un simile obbligo. Vinta questa battaglia, il governo britannico in questi giorni è concentrato su un’altra partita: quella contro la regola europea che limita i bonus dei banchieri a un massimo del 100% del loro salario. Intanto Jonathan Hill – l’ex lobbista delle banche che Londra è riuscita a piazzare a Bruxelles come commissario per la Stabilità finanziaria – ha già fatto capire che lascerà arenare il progetto di separazione tra l’attività bancaria di trading da quella di sportello.
È un battibecco continuo, quello tra la City e Bruxelles, davvero sfiancante per le istituzioni che regolano la finanza nella zona euro. Una schermaglia resa ancora più irritante dal fatto che Londra condizioni le sorti della moneta unica pur tenendosene ben alla larga. In vista delle elezioni di maggio i tories del primo ministro David Cameron hanno promesso un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Più la scadenza si avvicina, meno sgradevole appare l’ipotesi che gli inglesi scelgano di dirci goodbye.
È un battibecco continuo, quello tra la City e Bruxelles, davvero sfiancante per le istituzioni che regolano la finanza nella zona euro. Una schermaglia resa ancora più irritante dal fatto che Londra condizioni le sorti della moneta unica pur tenendosene ben alla larga. In vista delle elezioni di maggio i tories del primo ministro David Cameron hanno promesso un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Più la scadenza si avvicina, meno sgradevole appare l’ipotesi che gli inglesi scelgano di dirci goodbye.
Rassegna stampa : Avvenire 5.3.2015
domenica 1 marzo 2015
Derivati: il declassamento dell'Italia fu speculazione. S&P, accuse false
Il giornale ricorda come quel declassamento (da A a BBB+) fosse ritenuto dagli esperti ingiusto. Per quell'intervento alcuni dirigenti di S&P e dell'altra agenzia di rating Fitch sono stati rinviati a giudizio. (AGI) .
rassegna stampa: AGI
sabato 28 febbraio 2015
Papa alle cooperative: denaro e' lo "sterco del diavolo"... pero' serve
Secondo Bergoglio, infatti, "il denaro a servizio della vita puo' essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se pero' e' una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale".
In proposito, Francesco ha ricordato che "le cooperative in genere non sono state fondate da grandi capitalisti, anzi si dice spesso che esse siano strutturalmente sottocapitalizzate". "Per questo e forse vi sorprendera', il Papa - ha scandito - vi dice: dovete investire, e dovete investire bene!". "In Italia, ma non solo - ha poi osservato - e' difficile ottenere denaro pubblico per colmare la scarsita' delle risorse". "La soluzione che vi propongo - ha detto ancora - e' questa: mettete insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone".
Il suggerimento di Francesco e' stato molto pratico: "collaborate di piu' - ha esortato - tra cooperative bancarie e imprese, organizzate le risorse per far vivere con dignita' e serenita' le famiglie; pagate giusti salari ai lavoratori, investendo soprattutto per le iniziative che siano veramente necessarie". "E' noto - ha denunciato in proposito il Papa - che un certo liberismo crede che sia necessario prima produrre ricchezza, e non importa come, per poi promuovere qualche politica redistributiva da parte dello Stato: prima riempiamo i nostri bicchieri, poi pensiamo agli altri, si dice". "Altri - ha elencato - pensano che sia la stessa impresa a dover elargire le briciole della ricchezza accumulata, assolvendo cosi' alla propria cosiddetta responsabilita' sociale".
Ma, per Francesco, in questo modo "si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell'egoismo delle persone e delle aziende".
"Se ci guardiamo attorno non accade mai - ha poi sottolineato - che l'economia si rinnovi in una societa' che invecchia, invece di crescere". Dunque, "il movimento cooperativo puo' esercitare un ruolo importante per sostenere, facilitare e anche incoraggiare la vita delle famiglie". "So bene - ha dato atto Francesco alla Confcooperative - che le cooperative propongono gia' tanti servizi e tante formule organizzative, come quella mutualistica, che vanno incontro alle esigenze di tutti, dei bambini e degli anziani in particolare, dagli asili nido fino all'assistenza domiciliare".
"Questo - ha concluso - e' il nostro modo di gestire i beni comuni, quei beni che non devono essere solo la proprieta' di pochi e non devono perseguire scopi speculativi".
Papa: "Combattete disonesti, apritevi a tutti"
"A molti che cercano lavoro viene detto: 'Undici ore di lavoro a 600 euro. Ti piace? No? Vattene a casa, perche' c'e la coda, la fila di gente che cerca lavoro'". Papa Francesco lo ha denunciato in un appassionato discorso alla Confcooperative.
"La fame - ha sottolineato - ci fa accettare il lavoro nero".
Ricordando che "i valori cristiani non sono solo per noi, sono anche per gli altri, cioe' dobbiamo condividerli" perche' "la fede non si salva rimanendo chiusi in se stessi, rimanendo solo tra di noi", ai 7 mila soci delle cooperative bianche presenti nell'Aula Nervi, ha rivolto con forza un appello: "contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioe' di una realta' assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione".
Ad opporvi a questi furbi disonesti, ha detto ai cooperatori presenti, "fate bene, e vi dico anche di farlo sempre piu', perche' assumere una facciata onorata e perseguire invece finalita' disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, e' una vergognosa e gravissima menzogna che non si puo' assolutamente accettare".
Papa: "undici ore di lavoro a 600 euro. Se non ti va, vattene"
A molti che cercano lavoro viene detto: "Undici ore di lavoro a 600 euro. Ti piace? No? Vattene a casa, perche' c'e la coda, la fila di gente che cerca lavoro". Papa Francesco lo ha denunciato nel discorso alla Confcooperative. "La fame - ha sottolineato - ci fa accettare il lavoro nero". "E il personmale domestico?", si e' chiesto. "Quanti uomini e donne nel personale domestico hanno l'assicurazione sociale per la pensione?", si e' domandato ancora.
Papa: le cooperative contro disoccupazione giovani e donne
"Le cooperative devono continuare ad essere il motore che solleva e sviluppa la parte piu' debole delle nostre comunita' locali e della societa' civile". Lo ha chiesto Papa Francesco incontrando la Confcooperative. "Occorre - ha raccomandato ai 7 mila soci presenti oggi nell'Aula Nervi - mettere al primo posto la fondazione di nuove imprese cooperative, insieme allo sviluppo ulteriore di quelle esistenti, in modo da creare soprattutto nuove possibilita' di lavoro che oggi non ci sono".
Le iniziative, ha raccomandato Francesco, debbono essere rivolte in particolare "ai giovani, perche' sappiamo che la disoccupazione giovanile, drammaticamente elevata, distrugge in loro la speranza", ed "anche alle tante donne che hanno bisogno e volonta' di inserirsi nel mondo del lavoro".
Il Papa ha esortato le cooperative rappresentate in Aula Nervi a "realizzare la conciliazione, o forse meglio l'armonizzazione tra lavoro e famiglia, e' un compito che avete gia' avviato e che dovete realizzare sempre di piu'". "Fare questo - ha sottolineato - significa anche aiutare le donne a realizzarsi pienamente nella propria vocazione e nel mettere a frutto i propri talenti. Donne libere di essere sempre piu' protagoniste, sia nelle imprese sia nelle famiglie!".
Attenzione poi ci vuole anche per i capo famiglia disoccupati: "tu che sei ingegnere, quanti anni hai?", chiedono a volte, ha detto il Pontefice. "E se quello risponde 49, lo mandano a casa". "Non trascuriamo gli adulti che spesso rimangono prematuramente senza lavoro", ha chiesto infatti Francesco, elencando poi come destinatari dell'impegno delle 20 mila cooperative aderenti a Confcooperative, "oltre alle nuove imprese", anche "le aziende che sono in difficolta', a quelle che ai vecchi padroni conviene lasciar morire e che invece possono rivivere con le iniziative che voi chiamate 'Workers buy out' cioe' 'aziende salvate'".
"Globalizzare la solidarieta' - ha affermato - significa pensare all'aumento vertiginoso dei disoccupati, alle lacrime incessanti dei poveri, alla necessita' di riprendere uno sviluppo che sia un vero progresso integrale della persona che ha bisogno certamente di reddito, ma non soltanto del reddito!". "Pensiamo - ha suggerito ancora - ai bisogni della salute, che i sistemi di welfare tradizionale non riescono piu' a soddisfare; alle esigenze pressanti della solidarieta', ponendo di nuovo, al centro dell'economia mondiale, la dignita' della persona umana". Ai soci delle 'cooperative bianche', il Pontefice ha chiesto anche di "attivarsi come protagonisti per realizzare nuove soluzioni di Welfare, in particolare nel campo della sanita', un campo delicato dove tanta gente povera non trova piu' risposte adeguate ai propri bisogni".
Papa: combattere le false cooperative che ingannano la gente
"Contrastare e combattere le false cooperative, quelle che prostituiscono il proprio nome di cooperativa, cioe' di una realta' assai buona, per ingannare la gente con scopi di lucro contrari a quelli della vera e autentica cooperazione". Lo ha chiesto Papa Francesco a 7 mila soci della Confcooperative, presenti oggi nell'Aula Nervi. Ad opporvi a questi furbi disonesti, ha detto loro il Papa, "fate bene, e vi dico anche di farlo sempre piu', perche' assumere una facciata onorata e perseguire invece finalita' disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, e' una vergognosa e gravissima menzogna che non si puo' assolutamente accettare".
"Lottate contro questo. E non con le parole solo o con le idee: lottate con la cooperativita' giusta, quella che sempre vince", ha esortato il Pontefice rivolto alle cooperative bianche. Secondo Francesco, "l'economia cooperativa, se e' autentica, se vuole svolgere una funzione sociale forte, se vuole essere protagonista del futuro di una nazione e di ciascuna comunita' locale, deve perseguire finalita' trasparenti e limpide". "Non accontentatevi mai - ha ammonito Bergoglio rivolto ai soci di Confcooperative - della parola 'cooperativa' senza avere la consapevolezza della vera sostanza e dell'anima della cooperazione".
rassegna stampa: AGI:IT
lunedì 23 febbraio 2015
L’Eba «cancella» 8,5 miliardi di capitale
Nuova sforbiciata al patrimonio delle banche italiane (e non
solo): stando alle ultime interpretazioni diffuse ieri dall’Eba, gli
istituti non potranno computare ai fini del total capital ratio -
l’indicatore di patrimonio più sensibile ai fini di vigilanza insieme al
common equity Tier 1 - i bond subordinati Tier 2 per i quali è prevista
la possibilità di rimborso anticipato entro i primi cinque anni
dall’emissione, anche nel caso in cui la scadenza sia più ampia. Si
tratta di una sottocategoria dei titoli subordinati Tier2, di cui sono
pieni i patrimoni delle banche e che - stando alle prime stime degli
addetti ai lavori - solo per i primi 20 istituti italiani varrebbe
circa 8,5 miliardi.
La brutta sorpresa si è materializzata negli ultimi giorni. Cioè quando l’Eba, la European banking authority, ha fatto intendere che su questa particolare tipologia di obbligazioni applicherà un’interpretazione restrittiva già a partire dai conti 2014: l e comunicazioni da parte dell’Eba avvengono attraverso le banche centrali nazionali, ma secondo quanto appreso da Il Sole 24 Ore, ieri sera sarebbe arrivato il chiarimento definitivo, peraltro a poche ore dall’approvazione dei primi dati di bilancio da parte delle banche, attesi a partire da oggi; ovviamente l’interpretazione definitiva non avrà impatti sull’ultima riga dei bilanci, ma andrà a ridurre il Total capital ratio delle banche nella sua versione aggiornata al 31 dicembre scorso:
Come detto, si stima che l’impatto per i primi 20 gruppi
bancari in Italia possa essere di circa 8,5 miliardi di euro, a cui si
aggiungerebbero altri 5,3 miliardi di titoli subordinati sempre Tier 2,
che diventerebbero computabili soltanto in parte.
Marco Ferrando pagina 29
rassegna stampa: Il Sole 24 Ore 10 febbraio 2015
La brutta sorpresa si è materializzata negli ultimi giorni. Cioè quando l’Eba, la European banking authority, ha fatto intendere che su questa particolare tipologia di obbligazioni applicherà un’interpretazione restrittiva già a partire dai conti 2014: l e comunicazioni da parte dell’Eba avvengono attraverso le banche centrali nazionali, ma secondo quanto appreso da Il Sole 24 Ore, ieri sera sarebbe arrivato il chiarimento definitivo, peraltro a poche ore dall’approvazione dei primi dati di bilancio da parte delle banche, attesi a partire da oggi; ovviamente l’interpretazione definitiva non avrà impatti sull’ultima riga dei bilanci, ma andrà a ridurre il Total capital ratio delle banche nella sua versione aggiornata al 31 dicembre scorso:
Marco Ferrando pagina 29
rassegna stampa: Il Sole 24 Ore 10 febbraio 2015
domenica 22 febbraio 2015
Così la ricca Europa moltiplica i poveri
Il fatto. Una persona su 4 nella Ue e in Italia il 28% della popolazione a rischio di esclusione sociale: un frutto delle rigide politiche di austerità
La Caritas: reddito minimo e aiuti alle famiglie
I livelli insostenibili di disoccupazione e precarietà, in particolar modo giovanile, sono la causa principale di un’Europa sempre più povera, uscita con le ossa rotte dalla cura a base di austerity decisa con le politiche Ue
degli ultimi anni. È quanto sostiene il rapporto di Caritas Europa, secondo cui oltre 122 milioni di persone, nel Vecchio continente, sono a forte rischio di esclusione sociale.
Caritas: crisi Ue, aumentano i poveri
In Europa 123 milioni di persone (24,5% della popolazione), 1 su 4, sono poveri, un dato in aumento perché aggravato dalla crisi e dai tagli dei governi al sociale, che hanno provocato le conseguenze maggiori proprio sui poveri, paradossalmente arricchendo i più ricchi. Ma le possibilità e le proposte per invertire la rotta, cambiando le politiche sociali, ci sono. È la denuncia lanciata oggi da Caritas Europa e Caritas italiana, presentando a Roma il terzo rapporto sulla crisi in Europa realizzato indagando i dati in alcuni Paesi deboli (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro) e proponendo una lunga serie di raccomandazioni. L’Europa, che si era impegnata a diminuire il numero dei poveri entro il 2020 con la Strategia di Lisbona, al contrario ne ha aumentato il numero: “Dovevano diventare 96,4 milioni entro il 2020, ossia 20 milioni di poveri in meno”, ha precisato Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas italiana, “sono invece aumentati. Viene da chiedersi se la medicina per risanare la spesa pubblica non abbia invece ucciso il paziente”.
La Caritas evidenzia la crescita delle persone a rischio povertà gravemente indigenti, la disoccupazione soprattutto giovanile, le famiglie in cui non si lavora come si dovrebbe (aumentano lavori precari e part time), i giovani che non studiano né lavoro, la dispersione scolastica, l’impossibilità di pagare le cure mediche. “I tagli ai servizi pubblici essenziali hanno pesato sui più poveri, creando maggiori disuguaglianze”, ha sottolineato Nanni. Per Jorge Nuno Mayer, segretario generale di Caritas Europa, questo “è il risultato di scelte politiche terribili”. Dopo sette anni dall’inizio della crisi, ha fatto notare Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana, “in tutta Europa la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni stanno diminuendo, il rischio di razzismi e odio è in aumento”, e anche l’Italia “è un Paese più povero e meno giusto”, da cui la proposta di “una revisione complessiva del modello sociale per una migliore giustizia sociale”. Facendo riferimento al vertice dell’Ecofin in corso oggi per prendere decisioni sul debito della Grecia, Beccegato ha auspicato “che non succeda anche stavolta che i poveri debbano pagare il prezzo più alto”.
Un italiano su tre è a rischio povertà nei sette 'paesi deboli' dell'Unione Europea (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro). È l'allarme lanciato dalla Caritas nel Rapporto Europa sull'impatto della crisi. "Numerose situazioni di povertà o di esclusione sociale - sottolinea la Caritas - sono state provocate o aggravate dalle politiche di austerity messe in atto dai governi nazionali, in risposta alle richieste di contenimento della spesa pubblica sollecitate dall'Unione Europea".
Il rapporto della Caritas fotografa "un'Europa a due velocità": alla fine del 2013 il 24,5% della popolazione europea (122,6 milioni di persone, un quarto del totale) era a rischio di povertà o esclusione sociale (1,8 milioni in meno rispetto al 2012). Nei sette 'paesi debolì lo stesso fenomeno coinvolge il 31% della popolazione residente (+6,5 punti percentuali rispetto alla media Ue a 28). L'Italia si posiziona su valori intermedi (28,4%) mentre il valore più alto si registra in Romania (40,4%).
rassegna stampa: Avvenire 20 febbraio 2015
http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/crisi-in-europa-aumentano-i-poveri.aspx
Caritas: crisi Ue, aumentano i poveri
In Europa 123 milioni di persone (24,5% della popolazione), 1 su 4, sono poveri, un dato in aumento perché aggravato dalla crisi e dai tagli dei governi al sociale, che hanno provocato le conseguenze maggiori proprio sui poveri, paradossalmente arricchendo i più ricchi. Ma le possibilità e le proposte per invertire la rotta, cambiando le politiche sociali, ci sono. È la denuncia lanciata oggi da Caritas Europa e Caritas italiana, presentando a Roma il terzo rapporto sulla crisi in Europa realizzato indagando i dati in alcuni Paesi deboli (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro) e proponendo una lunga serie di raccomandazioni. L’Europa, che si era impegnata a diminuire il numero dei poveri entro il 2020 con la Strategia di Lisbona, al contrario ne ha aumentato il numero: “Dovevano diventare 96,4 milioni entro il 2020, ossia 20 milioni di poveri in meno”, ha precisato Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas italiana, “sono invece aumentati. Viene da chiedersi se la medicina per risanare la spesa pubblica non abbia invece ucciso il paziente”.
La Caritas evidenzia la crescita delle persone a rischio povertà gravemente indigenti, la disoccupazione soprattutto giovanile, le famiglie in cui non si lavora come si dovrebbe (aumentano lavori precari e part time), i giovani che non studiano né lavoro, la dispersione scolastica, l’impossibilità di pagare le cure mediche. “I tagli ai servizi pubblici essenziali hanno pesato sui più poveri, creando maggiori disuguaglianze”, ha sottolineato Nanni. Per Jorge Nuno Mayer, segretario generale di Caritas Europa, questo “è il risultato di scelte politiche terribili”. Dopo sette anni dall’inizio della crisi, ha fatto notare Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana, “in tutta Europa la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni stanno diminuendo, il rischio di razzismi e odio è in aumento”, e anche l’Italia “è un Paese più povero e meno giusto”, da cui la proposta di “una revisione complessiva del modello sociale per una migliore giustizia sociale”. Facendo riferimento al vertice dell’Ecofin in corso oggi per prendere decisioni sul debito della Grecia, Beccegato ha auspicato “che non succeda anche stavolta che i poveri debbano pagare il prezzo più alto”.
Un italiano su tre è a rischio povertà nei sette 'paesi deboli' dell'Unione Europea (Italia, Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, Romania, Cipro). È l'allarme lanciato dalla Caritas nel Rapporto Europa sull'impatto della crisi. "Numerose situazioni di povertà o di esclusione sociale - sottolinea la Caritas - sono state provocate o aggravate dalle politiche di austerity messe in atto dai governi nazionali, in risposta alle richieste di contenimento della spesa pubblica sollecitate dall'Unione Europea".
Il rapporto della Caritas fotografa "un'Europa a due velocità": alla fine del 2013 il 24,5% della popolazione europea (122,6 milioni di persone, un quarto del totale) era a rischio di povertà o esclusione sociale (1,8 milioni in meno rispetto al 2012). Nei sette 'paesi debolì lo stesso fenomeno coinvolge il 31% della popolazione residente (+6,5 punti percentuali rispetto alla media Ue a 28). L'Italia si posiziona su valori intermedi (28,4%) mentre il valore più alto si registra in Romania (40,4%).
rassegna stampa: Avvenire 20 febbraio 2015
http://www.avvenire.it/Economia/Pagine/crisi-in-europa-aumentano-i-poveri.aspx
lunedì 16 febbraio 2015
Fallite 15mila imprese in un anno, dal 2008 perso un milione di occupati
Nel 2014 record di chiusure aziendali: sono 82mila dall'inizio della crisi. Secondo l'osservatorio del Cerved l'aumento rispetto al 2013 è del 10,7%. Calano la procedure concursuali non fallimentari
MILANO - Nel 2014 sono
fallite oltre 15mila aziende italiane, dato che fa segnare un nuovo
record negativo da oltre un decennio e un aumento del 10,7% rispetto al
2013. E' quanto emerge dall'osservatorio su fallimenti, procedure e chiusure di imprese di Cerved.
Complessivamente l'anno scorso hanno chiuso i battenti 104mila aziende (-3,5% rispetto al picco toccato nel 2013), tra fallimenti, procedure concorsuali non fallimentari e liquidazioni volontarie, e sono stati persi 175mila posti di lavoro (-0,5%). Nel solo quarto trimestre dello scorso anno sono state dichiarate fallite 4.479 aziende (+7% annuo), il massimo osservato in un singolo trimestre dall'inizio della serie storica nel 2001. Dall'inizio della crisi nel 2008 le aziende fallite sono state oltre 82mila e i posti persi un milione.
Sono, invece, incoraggianti i dati 2014 sulle procedure concorsuali non fallimentari, scese del 16,4% rispetto al 2013 a quota 2.784. Contrazione dovuta soprattutto al netto calo dei concordati preventivi, scesi del 20%. Nel 2014, inoltre, sono diminuite le liquidazioni volontarie per la prima volta da quattro anni: la discesa è del 5,3% a 86mila.
"L'anno da poco concluso presenta, accanto ad aspetti negativi, anche elementi incoraggianti - ha commentato Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato Cerved - la crescita record dei fallimenti del 2014 e le conseguenze sull'occupazione riflettono l'onda lunga della crisi, dovuta a più di sei anni di recessione e debolezza economica. D'altra parte - ha aggiunto - il calo delle liquidazioni volontarie è il termometro di un ritorno di fiducia da parte degli imprenditori che fa ben sperare per i trimestri a venire".
rassegna stampa: la Repubblica 16.2.2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/02/16/news/fallite_15mila_imprese_in_un_anno_dal_2008_perso_un_milione_di_occupati-107462293/?ref=HREC1-13
Complessivamente l'anno scorso hanno chiuso i battenti 104mila aziende (-3,5% rispetto al picco toccato nel 2013), tra fallimenti, procedure concorsuali non fallimentari e liquidazioni volontarie, e sono stati persi 175mila posti di lavoro (-0,5%). Nel solo quarto trimestre dello scorso anno sono state dichiarate fallite 4.479 aziende (+7% annuo), il massimo osservato in un singolo trimestre dall'inizio della serie storica nel 2001. Dall'inizio della crisi nel 2008 le aziende fallite sono state oltre 82mila e i posti persi un milione.
Sono, invece, incoraggianti i dati 2014 sulle procedure concorsuali non fallimentari, scese del 16,4% rispetto al 2013 a quota 2.784. Contrazione dovuta soprattutto al netto calo dei concordati preventivi, scesi del 20%. Nel 2014, inoltre, sono diminuite le liquidazioni volontarie per la prima volta da quattro anni: la discesa è del 5,3% a 86mila.
"L'anno da poco concluso presenta, accanto ad aspetti negativi, anche elementi incoraggianti - ha commentato Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato Cerved - la crescita record dei fallimenti del 2014 e le conseguenze sull'occupazione riflettono l'onda lunga della crisi, dovuta a più di sei anni di recessione e debolezza economica. D'altra parte - ha aggiunto - il calo delle liquidazioni volontarie è il termometro di un ritorno di fiducia da parte degli imprenditori che fa ben sperare per i trimestri a venire".
rassegna stampa: la Repubblica 16.2.2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/02/16/news/fallite_15mila_imprese_in_un_anno_dal_2008_perso_un_milione_di_occupati-107462293/?ref=HREC1-13
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