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UN LABORATORIO DI PENSIERO E RIFLESSIONE FATTO DAI LAVORATORI:
il diario della crisi

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lunedì 16 febbraio 2015

«Contro la fame sconfiggere le inequità»

Il testo del Videomessaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato in occasione dell’evento "Le Idee di Expo 2015 - Verso la Carta di Milano", in programma sabato 7 febbraio alla Bicocca di Milano con la partecipazione di 500 esperti nazionali e internazionali.

"Buongiorno a voi tutti, donne e uomini, che siete radunati oggi per riflettere sul tema: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita.
In occasione della mia visita alla FAO ricordavo come, oltre all'interesse "per la produzione, la disponibilità di cibo e l'accesso a esso, il cambiamento climatico, il commercio agricolo" che sono questioni ispiratrici cruciali, "la prima preoccupazione dev’essere la persona stessa, quanti mancano del cibo quotidiano e hanno smesso di pensare alla vita, ai rapporti familiari e sociali, e lottano solo per la sopravvivenza" (Discorso alla FAO, 24 novembre 2014).
Oggi, infatti, nonostante il moltiplicarsi delle organizzazioni e i differenti interventi della comunità internazionale sulla nutrizione, viviamo quello che il santo Papa Giovanni Paolo II indicava come "paradosso dell'abbondanza". Infatti, "c'è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l'uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica" (ibid.).
Per superare la tentazione dei sofismi - quel nominalismo del pensiero che va oltre, oltre, oltre, ma non tocca mai la realtà - per superare questa tentazione, vi suggerisco tre atteggiamenti concreti.


1) Andare dalle urgenze alle priorità
Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (cfr Evangelii gaudium, 202). A voi desidero ripetere quanto ho scritto in Evangelii gaudium: "No, a un'economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa" (ibid., 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti "gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi" (ibid., 53).
È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l'inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all'autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità.

2) Siate testimoni di carità
"La politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune". Dobbiamo convincerci che la carità "è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macrorelazioni: rapporti sociali, economici, politici" (ibid., 205).
Da dove dunque deve partire una sana politica economica? Su cosa si impegna un politico autentico? Quali i pilastri di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica? La risposta è precisa: la dignità della persona umana e il bene comune. Purtroppo, però, questi due pilastri, che dovrebbero strutturare la politica economica, spesso "sembrano appendici aggiunte dall'esterno per completare un discorso politico senza prospettive né programmi di vero sviluppo integrale" (ibid., 203). Per favore, siate coraggiosi e non abbiate timore di farvi interrogare nei progetti politici ed economici da un significato più ampio della vita perché questo vi aiuta a "servire veramente il bene comune" e vi darà forza nel "moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo" (ibid.).
3) Custodi e non padroni della terra
Ricordo nuovamente, come già fatto alla FAO, una frase che ho sentito da un anziano contadino, molti anni fa: "Dio perdona sempre, le offese, gli abusi; Dio sempre perdona. Gli uomini perdonano a volte. La terra non perdona mai! Custodire la sorella terra, la madre terra, affinché non risponda con la distruzione" (Discorso alla FAO, 24 nov. 2014).
Dinanzi ai beni della terra siamo chiamati a "non perdere mai di vista né l'origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un mondo equo e solidale", così dice la dottrina sociale della Chiesa (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 174). La terra ci è stata affidata perché possa essere per noi madre, capace di dare quanto necessario a ciascuno per vivere. Una volta, ho sentito una cosa bella: la Terra non è un’eredità che noi abbiamo ricevuto dai nostri genitori, ma un prestito che fanno i nostri figli a noi, perché noi la custodiamo e la facciamo andare avanti e riportarla a loro. La terra è generosa e non fa mancare nulla a chi la custodisce. La terra, che è madre per tutti, chiede rispetto e non violenza o peggio ancora arroganza da padroni. Dobbiamo riportarla ai nostri figli migliorata, custodita, perché è stato un prestito che loro hanno fatto a noi. L'atteggiamento della custodia non è un impegno esclusivo dei cristiani, riguarda tutti. Affido a voi quanto ho detto durante la Messa d'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma: "Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell'altro, dell'ambiente; ......................"

rassegna stampa: Avvenire 7 febbraio2015
 http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/Messaggi%20e%20lettere/Pagine/Videomessaggio-del-Santo-Padre-per-evento-Expo.aspx

giovedì 12 febbraio 2015

In Italia un dipendente costa 31mila euro e ne guadagna 16mila

La differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore è in media al 46,7%: i contributi sociali dei datori di lavoro ammontano al 25,6% e il restante 21,1% è a carico dei lavoratori in termini di imposte e contributi. Oltre la metà dei redditi lordi tra 10 e 30mila euro

In Italia un dipendente costa 31mila euro e ne guadagna 16milaMILANO - Il costo del lavoro è sempre stata una delle problematiche che i governi italiani di ogni colore hanno detto di voler affrontare, e in questo senso qualcosa si sta muovendo. Anche perché, dicono i dati che necessariamente non tengono conto degli ultimi aggiornamenti legislativi, in Italia il costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è di 30.953 euro all'anno. Il lavoratore, sotto forma di retribuzione netta, ne percepisce poco più della metà (il 53,3%), ovvero 16.498 euro. Lo rileva l'Istat, diffondendo le rilevazioni relative al 2012.

La differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta del lavoratore, il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, è pari, in media, al 46,7%: i contributi sociali dei datori di lavoro ammontano al 25,6% e il restante 21,1% è a carico dei lavoratori in termini di imposte e contributi. Il reddito medio da lavoro autonomo, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, è pari a 23.432 euro annui, il reddito netto rappresenta il 69,3% del totale, (16.237 euro). Se si include anche la stima dell'Irap, le imposte sul reddito da lavoro autonomo rappresentano il 14,3% del reddito lordo, i contributi sociali il 16,4%.

L'Istat spiega che oltre la metà dei redditi lordi individuali (54%) si colloca tra 10.001 e 30.000 euro annui, il 25,8% è al di sotto dei 10.001 euro e il 17,6% risulta tra 30.001 e 70.000. Solo il 2,4% supera i 70.000 euro. In questo contesto, l'incidenza delle imposte dirette sul totale dei redditi individuali lordi (al netto dei contributi sociali) è pari al 19,4%, si attesta al 21,3% per il reddito da lavoro dipendente, al 17,5% per le pensioni e al 17,1% (Irap inclusa) per il reddito da lavoro autonomo.

Nel 2012, l'aliquota media del prelievo fiscale a livello familiare è risultata pari al 19,4%. Grazie alle detrazioni per familiari a carico, a parità di reddito le famiglie con minori usufruiscono di un più favorevole trattamento fiscale, anche al crescere del numero di percettori. Sfavorevole invece la situazione per i single sotto 64 anni: sono la tipologia familiare su cui grava il maggiore peso fiscale, con un'aliquota media del 21,6%.

Dal punto di vista geografico, il carico fiscale è inferiore tra le famiglie del Mezzogiorno (16,3%) - essendo il reddito mediamente più basso e il numero di familiari a carico più elevato - rispetto a quelle del Nord-est (19,9%) del Centro (20,1%) e del Nord-ovest (21%). Per le famiglie con un solo percettore, il più basso livello di reddito determina un'aliquota media fiscale inferiore di oltre mezzo punto percentuale (18,9%) a quella delle famiglie con due o più percettori (19,6%).

Fra il 2011 e il 2012, spiega infine l'Istat, l'aliquota media fiscale passa dal 17,9% al 18,3% per le famiglie con unico percettore di reddito se si tratta di un reddito (prevalente) da lavoro autonomo, con una crescita inferiore rispetto a quanto registrato per le restanti due tipologie di famiglie monopercettore (lavoro dipendente dal 19,5% al 20,5% e redditi non da lavoro dal 16,8% al 17,4%).


rassegna stampa: Repubblica 9 .febbrario 2015 
http://www.repubblica.it/economia/2015/02/09/news/in_italia_un_dipendente_costa_31mila_euro_e_ne_guadagna_16mila-106873877/




mercoledì 11 febbraio 2015

La crisi che uccide: 45mila suicidi all'anno per la perdita di lavoro

Secondo uno studio della rivista Lancet e del sociologo svizzero Nordt un quinto di coloro che si tolgono la vita lo fa per problemi economici e di disoccupazione. In Italia 900 casi: "Non è una media elevata" 
di FRANCO ZANTONELLI

LUGANO - Dati agghiaccianti. Arrivano da uno studio della prestigiosa rivista scientifica americana Lancet e riguardano i suicidi dovuti alla perdita del lavoro. La ricerca è stata effettuata in collaborazione con il sociologo svizzero Carl Nordt, del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Zurigo. "Stiamo parlando di 45 mila morti all'anno, un quinto del totale di tutti coloro che si sono tolti la vita, stando a quanto abbiamo potuto appurare, tenendo sotto controllo 63 Paesi, tra il 2000 e il 2011", spiega a Repubblica.it il dottor Nordt. Di questi 45 mila quanti sono italiani? "Circa 900, ovvero 1,7 casi per 100 mila abitanti".

La possiamo considerare una percentuale elevata? "No, se pensiamo che, ad esempio, la Lituania, con una popolazione di poco inferiore ai 3 milioni di abitanti, ha dovuto registrare 224 suicidi provocati dalla disoccupazione, quindi in percentuale quasi 10 volte più dell'Italia". Va detto, al riguardo, che nel 2010 la Lituania, a causa dei contraccolpi della crisi finanziaria, si è ritrovata con un tasso di disoccupazione del 17,9 per cento. E, visto che abbiamo accennato alla crisi, chiediamo al dottor Nordt se, nel lavoro portato avanti con Lancet, abbia notato degli sbalzi, nei periodi più duri della recessione. "In realtà la situazione è risultata essere sempre piuttosto stabile, con solo lievi oscillazioni", afferma l'esperto dell'Università di Zurigo.

Va detto, tuttavia, che una buona fetta della popolazione mondiale è rimasta fuori dallo studio di Lancet. India e Cina in particolare, non sono state prese in considerazione. In realtà Lancet ha preferito focalizzarsi sui cosidetti paesi sviluppati. Sostanzialmente sono stati esaminati i dati americani, sia del sud che del nord, quelli europei, come pure le indicazioni provenienti da alcune nazioni dell'Asia e dell'Oceania. La prossima volta si può auspicare che un maggior numero di Paesi venga esaminato, visto che, ogni anno, si stimano, nel pianeta, un milione di suicidi, contro i 225 mila di cui si è occupato il lavoro di Lancet e del dottor Nordt.


rassegna stampa: Repubblica 11.02.2015
http://www.repubblica.it/economia/2015/02/11/news/suicidi_disoccupazione-107050515/?ref=HRLV-4


sabato 7 febbraio 2015

La crisi dell'euro? Un conflitto tra capitale e lavoro


La crisi dell'euro? Un conflitto tra capitale e lavoroROMA - Come avrebbe giudicato Karl Marx la crisi dell’euro? Facile: come un conflitto fra capitale e lavoro. Più sorprendente è che questa sia ormai l'interpretazione più corrente fra gli economisti anglosassoni e che ad alzare il vessillo della lotta di classe siano ambienti vicini alla City londinese, con il Financial Times in prima fila. Il ministro tedesco delle Finanze, Schaueble, maltratta il collega greco, Varoufakis, spiega che la crisi ha fatto emergere paesi "responsabili e irresponsabili" e, comunque, i problemi della Grecia sono stati generati dalla Grecia e non, certo, dalla Germania? Tutte balle. Se qualcuno è stato tanto stupido da riempirsi di debiti - è l'obiezione ricorrente, da Krugman a Stiglitz all'ultimo blogger - è perché qualcuno è stato tanto stupido da prestargli tutti quei soldi. Soprattutto, questo non è un confronto-scontro fra Germania e Grecia, fra paesi virtuosi e paesi neghittosi, fra chi ha fatto le riforme e chi non le ha fatte. Non è un conflitto nazionale, ma sociale: i lavoratori e le classi medie sia della Germania che della Grecia e degli altri paesi, contro gli azionisti e i creditori delle banche, cioè i capitalisti. Neanche Tsipras e Varoufakis sono così espliciti. La sintesi più lucida di questa intepretazione l'ha fatta un ex banchiere e professore di finanza, Michael Pettis e il Financial Times la rilancia con entusiasmo. La spia, avverte il quotidiano della City, è la produttività. I politici tedeschi parlano molto di riforme e citano con orgoglio quelle che hanno fatto loro. Tuttavia, le riforme tedesche hanno clamorosamente fallito in quello che dovrebbe essere lo scopo principale: rilanciare la produttività. Al contrario, fra il 1998 e il 2014, la produttività dei lavoratori tedeschi è cresciuta in media solo dello 0,6 per cento l'anno, un flop clamoroso, una performance peggiore non solo di Svezia e Usa, ma anche di Irlanda, Spagna e Grecia (il calcolo non include l'Italia): di fatto, la produttività tedesca dal 2007 ad oggi - riforme o no - è scesa. Cos'è successo, allora? Il punto chiave è la compressione dei salari avvenuta in Germania. I pingui profitti che ne sono risultati non sono stati investiti dalle aziende in Germania (come mostra l'andamento della produttività) ma sono stati parcheggiati nelle banche. E queste, non avendo occasione di impiego in patria, visto il ristagno degli investimenti, li hanno utilizzati all'estero, dove i tassi di interesse erano anche più interessanti.

Nasce qui il torrente di crediti tedeschi alla Spagna, alla Grecia, all'Irlanda, per finanziare soprattutto improbabili boom immobiliari. A finanziare quei boom sono stati le buste paga più magre dei lavoratori tedeschi. Quando poi è esplosa la crisi, a pagare non sono state le banche, i loro azionisti e i titolari delle loro obbligazioni (cioè chi aveva, a sua volta, prestato i soldi alle banche), dunque i capitalisti, ma i lavoratori dei paesi irrorati di crediti, con la disoccupazione di massa. E non è finita, avverte Pettis. Con quelle montagne di debiti, l'economia non può riprendere a svilupparsi. Basta guardare la Grecia che, oppressa dal pagamento degli interessi, non ha le risorse per incentivare la crescita. La strada segnata è quella di un lento assorbimento dei debiti. Ovvero, le banche risaneranno lentamente i loro conti, smaltendo quei crediti incagliati, in Grecia come in Spagna o in Portogallo, facendone pagare il costo alle classi medie, sia come depositanti, che come contribuenti.

E’ una rilettura dell'austerità, assai scomoda per la classe dirigente della Ue. Ancora più scomoda è la ricetta che ne scaturisce. In una cultura, come quella anglosassone, in cui la bancarotta è il primo passo per ripartire e non l'ultimo per uscire di scena, la crisi finirà quando sarà ristrutturato il debito. Tagliandolo, oppure con le idee creative (legare i titoli del debito alla crescita del Pil) proposte da Atene. Per radicali ex rivoluzionari, come Tsipras e Varoufakis, da Washington e da Londra scrosciano gli applausi.
 
(07 febbraio 2015) 




mercoledì 4 febbraio 2015

Stiglitz: "Il problema dell'Eurozona è la Germania, non la Grecia"

04/02/2015 - Anche il premio Nobel per l'economia Josep Stiglitz ha voluto dire la sua sulle recenti dinamiche interne all'Eurozona, che dopo la vittoria di Syriza nelle elezioni politiche greche ha a che fare con il rischio default del paese ellenico. Il professore della Columbia University è infatti uno dei 18 economisti di spicco co-autore di una lettera nella quale si sostiene che l'Europa trarrebbe beneficio dal dare alla Grecia un nuovo inizio attraverso la riduzione del debito.
QUI FINANZA

ERRORI - "La Grecia ha fatto diversi errori ...  ma l'Europa ha reso questi errori ancora più grandi ", ha detto Stiglitz alla CNBC. " La medicina che le hanno dato era velenosa. Ha portato il debito a crescere e l'economia a rallentare. Quella greca non è l'unica economia in difficoltà sotto l'euro e per questo è necessario un nuovo approccio - ha aggiunto Stiglitz - le politiche che l'Europa ha rifilato alla Grecia non hanno funzionato e questo è vero anche per la Spagna e altri paesi del sud Europa."

INTEGRAZIONE - "Se la Grecia lascia la zona euro starà effettivamente meglio - prosegue l'economista -. Ci sarà un periodo di adattamento. Ma la Grecia inizierà a crescere. Se ciò accade, si verificherà poi in Spagna e Portogallo, c'è una via alternativa a questa medicina tossica. Insistendo che è meglio per l'Europa e il mondo mantenere intatto l'euro, il Premio Nobel ha sostenuto che mantenere la moneta unica insieme richiede più integrazione. "C'è un programma economico incompiuto sul quale la maggior parte degli economisti concorda, tranne la Germania". (Continua sotto)
DEBITO MAI SCESO - A fare da eco a Stiglitz anche l'economista italiano, docente del Politecnico di Milano, Fabio Sdogati, che ha parlato sul proprio blog Scenari Economici (corredato da dati e grafici) del rapporto fra le politiche di austerità e il debito dei Paesi in difficoltà. Scrive Sdogati:

NON È VERO che l’austerità abbia generato il risanamento progressivo del debito pubblico e dell’economia nel suo complesso. La buona teoria economica lo diceva, lo dice e lo dirà. Il resto è ideologia.

Esistono quattro soli motori capaci di far ripartire le economie in stallo - prosegue -. Tutti, ovviamente, motori della domanda, senza la quale le imprese prima rallentano la produzione e poi dismettono (il percorso è, purtroppo, assai ben conosciuto: pur se con qualche variante, blocco degli straordinari, poi blocco del turnover, poi prepensionamenti, poi cassa integrazione... E a ogni passo lungo questo percorso la domanda cade, poiché cadono i redditi di chi lavora e spende). I quattro motori sono: le famiglie, che spendono per beni di consumo; le imprese, che spendono in beni di investimento; l’estero, cioè la domanda "loro" di produzione "nostra" al netto della domanda "nostra" di produzione "loro"; il governo".

Che famiglie e imprese spendano durante fasi di recessione che si alternano a stagnazione è, evidentemente, un qualcosa che può credere solo chi crede nel potere salvifico dei mercati come si crede a Biancaneve.

Che "loro" comprino tante nostre esportazioni è dura da credere, anche se ciò che da noi sono recessioni alternate a stagnazione da loro è solo stagnazione. Rimane solo il governo. Ma i governi europei non vogliono spendere. Non lo fanno dal 2009. E anzi hanno adottato la fede del pareggio di bilancio e della riduzione del debito. Bene: avete visto l’ammontare del debito ridursi? Ricordate il governo del professor Monti? Ricordate l’obiettivo di riduzione del debito?

rassegna stampa: Qui Finanza 4.2.2015 



martedì 3 febbraio 2015

Stipendi, Paperoni irraggiungibili: per l'1% più ricco crescono del 1.500%

Nella media della vita lavorativa, secondo una ricerca Usa, si ha un progresso del 38%. Ma gli assegni d'oro crescono a un ritmo decisamente maggiore, rendendo impossibile un livellamento dei redditi


MILANO - Mettetevi l'animo in pace: se non siete nell'1% della popolazione che riceve gli stipendi migliori, non ci entrerete mai. A meno di scossoni, infatti, il ritmo di crescita del reddito per i 'comuni mortali' resterà una frazione di quello dei Paperoni, che così scaveranno un divario sempre maggiore rispetto al resto della popolazione.

I numeri, tarati sul quadro degli Stati Uniti, sono impressionanti: durante il ciclo di vita lavorativa, tra i 25 e i 55 anni, la popolazione sperimenta una crescita mediana dei salari del 38 per cento. Se si dividono i lavoratori in una scala fatta di 100 gradini, dal reddito più basso al più alto, quelli che stazionano al livello 95, quindi molto vicini alla vetta, vedono crescere il loro stipendio del 230 per cento. Allacciare le cinture se si ha la fortuna (e perché no il merito) di ricadere nell'1% più ricco: la prospettiva di crescita dell'assegno mensile è vicina al 1.500 per cento.

La ricerca, di cui dà conto Bloomberg, è stata pubblicata dal National Bureau for Economic Research. Uno dei quattro autori, Fatih Guvenen dell'Università del Minnesota, esemplifica: il lavoratore nel Paradiso degli stipendi (l'1% più alto) può passare da 50mila dollari di reddito a 25 anni, a 750mila dollari quando di anni ne avrà 55. La crescita media dello stipendio annuo tra 25 e 55 anni è dell'1%, ma se si è nella fascia altissima di reddito si ha il +9%: i Paperoni non solo fanno più soldi, ma anche molto più in fretta.

JOBPRICING. Il calcolatore: il tuo stipendio è giusto?

Quello che accade con la dinamica delle remunerazioni echeggia quanto Thomas Piketty ha descritto per l'intero progresso economico nel suo Capitale del XXI Secolo, il bestseller che ribalta la teoria in base alla quale il modello economico capitalistico porterebbe una riduzione delle diseguaglianze di reddito. Al contrario, per l'economista francese, visto che la rendita finanziaria è sempre superiore alla crescita economica, le poche mani che hanno accumulato molte ricchezze saranno sempre più irraggiungibili per il resto della popolazione.

Stipendi, Paperoni irraggiungibili: per l'1% più ricco crescono del 1.500%

In ogni caso, spiega ancora lo studio Usa, quale sarà il destino del proprio stipendio lo si può interpretare fin dai propri anni: nella prima decina (quindi fino a 35 anni) si concentra il grosso della crescita della remunerazione, mentre una volta scavallata la soglia dei 45 in genere ci si ferma. Anche in questo caso, ci sono le eccezioni che premiano chi ha già molto: soltanto il 2% degli stipendi più pesanti continua a crescere nella fase finale della carriera.

rassegna stampa: repubblica - 3 febbraio 2015 

martedì 27 gennaio 2015

Oxfam: “Nel 2016 l’1% della popolazione sarà più ricco del restante 99%”

di | 19 gennaio 2015
“Nel 2016 più della metà della ricchezza globale sarà in mano all’1% della popolazione del mondo”. A dirlo è il rapporto Grandi disuguaglianze crescono di Oxfam. Secondo il report stilato dalla confederazione di ong, entro due anni la ricchezza detenuta dall’1% della popolazione mondiale supererà quella del restante 99%. Una disuguaglianza in continua crescita, visto che la quota di ricchezza nelle mani dell’1% della popolazione del pianeta è aumentata in maniera costante dal 2009 (quando una élite deteneva una quota di ricchezza pari al 44%) al 2014, anno in cui la percentuale è arrivata al 48%. Ritmi di crescita che portano Oxfam a credere che nel 2016 si supererà il 50%.
Mentre oltre un miliardo di persone vive con meno di 1,25 dollari al giorno, e 1 su 9 non ha nemmeno abbastanza da mangiare, “nel 2014 gli esponenti di questa élite avevano una media di 2,7 milioni di dollari pro capite – si legge nel rapporto – Del rimanente 52% della ricchezza globale, quasi tutto era posseduto da un altro quinto della popolazione più agiata, mentre il restante 5,5% rimaneva disponibile per l’80% del resto del mondo: vale a dire 3,851 dollari a testa, 700 volte meno della media detenuta dal ricchissimo 1%”.
Ricchi sempre più ricchi e poveri con sempre meno possibilità. La ricchezza delle 80 persone più facoltose del pianeta, prosegue il report, è inoltre raddoppiata in termini nominali dal 2009 al 2014, mentre quella del 50% più povero lo scorso anno era inferiore a quanto posseduto nel 2009. Un accentramento c’è stato anche rispetto al numero dei super ricchi. Perché se “nel 2010 ci volevano 388 miliardari per raggiungere un volume di ricchezza equivalente a quella della metà più povera del pianeta – si legge nel rapporto – nel 2014 questo numero è drasticamente sceso a soli 80 miliardari”.
Il documento di analisi, pubblicato il 19 gennaio, fa luce anche sull’identikit dei miliardari del pianeta. Più di un terzo dei 1.645 super ricchi della classifica Forbes ha ereditato parte o tutta la ricchezza che detiene mentre il 20% ha interessi nei settori finanziario e assicurativo. Ed è proprio quest’ultimo gruppo ad aver visto la propria liquidità crescere dell’11% tra il 2013 e il 2014. Il 2013 è stato un anno proficuo anche per i miliardari con interessi nei settori farmaceutico e sanitario che hanno visto il loro patrimonio netto collettivo crescere del 47% in un solo anno.

http://www.slideshare.net/ilfattoquotidiano/pdf-oxfam




“Vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’1% possiede più di tutti noi messi insieme?”....(continua)

rassegna stampa: Il fatto quotidiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/19/oxfam-report-nel-2016-l1-popolazione-ricco-restante-99/1352049/

martedì 20 gennaio 2015

Le banche centrali in balia di un mercato fuori controllo


Gli effetti delle politiche monetarie in atto Le previsioni di crescita mondiale per il 2015 indicano negli Stati Uniti l’unica area di vero sviluppo e individuano nell’Europa l’area economica occidentale di maggior debolezza. Dunque le politiche monetarie in atto o previste sulle due sponde dell’Atlantico sembrano coerenti con tale scenario macroeconomico. Una FED (Banca Centrale americana) che azzera il suo sforzo espansivo favorendo il rafforzamento del dollaro. (Meno “stampo” una moneta, più ne aumenta il prezzo). La BCE (Banca Centrale Europea) che finalmente attua il QE (Quantitative Easing) ossia una politica monetaria espansiva non convenzionale in quanto la creazione di liquidità si attua attraverso l’acquisto sul mercato di ogni tipo di titoli, ma in particolare di Titoli di Stato. In questo modo non solo si attenua la pressione (ossia la necessità di finanziamento) sui debiti pubblici europei, ma si contribuisce in modo determinante all’indebolimento dell’euro, favorendo la crescita dell’economia europea facilitando le sue esportazioni. Dunque tutto ok, ossia nessuna complicazione deriva da tale politiche monetarie? Non proprio, poiché bisogna considerare gli effetti globali di tali politiche, e in particolare come esse impattano sulle strategie e sull’operare dei mercati finanziari. L’esempio più recente è rappresentato dall’aumento repentino e vistoso (+ 20%) del franco svizzero (in rapporto all’euro) in previsione del QE europeo. Il balzo del franco ha infatti provocato uno tsunami mondiale con il fallimento di varie società di brokeraggio (dagli USA fino alla Nuova Zelanda) e ha causato perdite per 100/150 milioni di dollari a testa per le più grandi banche...(continua)
di Alberto Berrini su :
fiba.it 

rassegna stampa: 19.01.2015

lunedì 19 gennaio 2015

Sbagliato trasformare le banche di credito popolare in spa

Il segretario della Fiba, Giulio Romani,spiega perchè non è da giustificare il ricorso al decreto legge


Come riportato dalla stampa in questi giorni, sembrerebbe intenzione del Governo, attraverso un decreto legge, che prevede anche altri provvedimenti, di trasformare le banche cooperative in Spa. La motivazione risiederebbe nel fatto che non viene dato credito alle PMI. Si evidenzia in proposito che sarebbe paradossale che stante la finalità dichiarata dei provvedimenti - dare credito alle Piccole e medie imprese - si elimini proprio il comparto delle Banche Cooperative che storicamente ma specialmente negli ultimi anni di crisi - crisi che, come noto, è stata determinata dalle grandi banche - hanno di più aiutato e sono più state vicine alle PMI. A testimonianza di ciò, si espongono di seguito, alcuni dati. Nel corso del 2014 le 70 banche del Credito Popolare e le 381 BCC – che occupano 120.000 dipendenti impegnati nel rapporto quotidiano con la loro clientela di elezione: famiglie e PMI - hanno erogato impieghi alle PMI per quasi 240 miliardi di euro; il flusso dei nuovi finanziamenti, sempre a PMI, è aumentato nel 2014 di circa 35 miliardi di euro. Alle imprese esportatrici sono stati erogati 50 miliardi di euro. Nel corso della crisi, nel periodo che va dal 2008 al 2014, la variazione degli impieghi alle PMI esportatrici è stata pari a + 28%. Lo stretto rapporto fra le Banche Popolari, le BCC e le PMI è testimoniato anche dalla quota di mercato delle stesse nei sistemi economici a prevalenza di PMI pari al 75% contro il 25% del resto del sistema. Alla luce di tali dati, si evince che una riforma ‘radicale’ che elimini le caratteristiche delle Popolari – proprio quelle caratteristiche che hanno loro consentito di essere finanziatori privilegiati delle PMI grazie alla loro conoscenza e vicinanza dei territori – rischierebbe di produrre l’effetto contrario e cioè una stretta creditizia proprio nei confronti di imprese e PMI, avvantaggiando solo gli “speculatori”e con pesantissime ricadute negative, anche da un punto di vista occupazionale. A questo proposito giova sottolineare come, anche solo attraverso "l'effetto annuncio", oggi i mercati finanziari abbiano registrato enormi rialzi che consentono, soprattutto dalle parti di Londra, di brindare a Champagne da parte di coloro che nei giorni scorsi hanno fatto (casualmente?) incetta di azioni...  


continua fiba.it



domenica 18 gennaio 2015

GIÙ LE MANI DALLE BANCHE - Avvenire

GIÙ LE MANI DALLE BANCHE - Avvenire

Pagina A01Fa freddo ma forse nel patrio governo c’è chi ha avuto un colpo di sole che rischia di mettere a repentaglio la democrazia economica (e non solo quella economica) nel nostro Paese. Si attribuisce al premier Matteo Renzi una frase che suona così: «Ci sono tantissime banche e pochissimo credito, soprattutto per le piccole e medie imprese». E un’altra ancora: «Ho avuto il coraggio nel ridurre il numero dei parlamentari, non sarò di meno nel ridurre il numero dei banchieri». Parole che sono state 'tradotte' su alcuni giornali con l’intenzione di abolire il 'voto capitario', ovvero la regola una persona-un voto che vige nelle Banche popolari e nelle Banche di credito cooperativo. Ridurre il numero degli attori e aumentarne la dimensione come scorciatoia per l’efficienza. Non vogliamo crederci. Non vogliamo, cioè, credere che il presidente del Consiglio sia stato indotto a ignorare i princìpi della concorrenza, arrivando a confondere mercato e oligopoli, proprio quegli oligopoli che - come stiamo vedendo - alla fine controllano coloro che dovrebbero fare e dare regole e condizionano gli Stati… Se quelle frasi e la loro interpretazione fossero autentiche, vorrebbe dire che il capo di governo di una grande democrazia, uno dei principali leader europei, ha gettato nel cestino tutta la letteratura economica recente, quella che spiega come i sistemi finanziari siano paragonabili a 'ecosistemi'. La diversità è fondamentale, in ogni sistema, per la resilienza, per la capacità di resistere agli choc. Se restassero solo sequoie giganti, la foresta sarebbe distrutta. Una follia superficiale e giacobina (ma promossa da suggeritori interessati) contro le 'piccole banche' non solo cancellerebbe con un sol tratto di penna la biodiversità economica del nostro Paese (peraltro elemento normale del panorama finanziario in tutte le nazioni del mondo), ma darebbe un serissimo colpo alla democrazia economica e sgombrerebbe la strada a quelle grandi lobby bancarie multinazionali (ma senza visione e intenzione «universali», direbbe il Papa) che le istituzioni internazionali stanno faticosamente cercando di limitare. Una mossa incomprensibile e ingiustificabile. Tanto più alla luce delle vicende degli ultimianni.La maggiore banca dati mondiale disponibile - Bankscope - raccoglie e offre 140.660 'osservazioni' per il periodo che va dal 1998 al 2010. E i dati indicano che le banche cooperative - che seguono la regola una personaun voto che il Governo Renzi vorrebbe abolire - pur mediamente più piccole di quelle non cooperative, hanno un rapporto tra credito e totale degli attivi mediamente superiore di 5 punti percentuali rispetto alle altre banche.

I n  Italia, dove la differenza è più marcata e pari a 16 punti percentuali, le Banche di credito cooperative nel triennio 2010-2013 hanno erogato 6,3 miliardi in più di credito (contro il calo di 52 miliardi del resto del sistema).
Insomma, nella realtà accade esattamente il contrario di quanto sarebbe fiorito sulla bocca e nella testa di Renzi: sono le banche piccole, una-persona- un voto e legate al territorio, che fanno più creditoe non viceversa.Viene da pensare che qualche voce interessata possa aver suggerito all’orecchio del premier che 'grande è bello'. Noi gli ricordiamo invece che la storia finanziaria recente insegna che la crisi finanziaria globale, quella che stiamo ancora pagando, è stata causata dalle banche 'troppo grandi per fallire' e troppo complesse per essere regolate. Gli ricordiamo che sono state le grandi banche multinaziona-li, tecnicamente fallite, che hanno rischiato di trascinarci tutti nel baratro. Gli ricordiamo che sono state salvate dagli Stati con alchimie contabili (passaggio da valori di mercato a valori di libro) e che le loro scommesse sono state pagate negli anni successivi dalla finanza pubblica degli Stati, e dunque dai cittadini. E gli ricordiamo, infine, che in una recente audizione davanti alla Commissione europea è purtroppo emerso con chiarezza come quelle stesse megabanche si stiano facendo beffe della nuova regolamentazione, con requisiti di capitale formalmente ineccepibili che sono in realtà 'abbelliti' da cartolarizzazioni e metodi di rating interno a fronte di rapporti grezzi tra debito e capitale proprio che sono preoccupanti e ormai simili a quelli pre-crisi.
Prima del prossimo Consiglio dei ministri sarebbe utile che ai nostri governanti i rileggere i passi salienti del Rapporto Liikanen, curato da esperti della Ue, dove si spiega molto bene come le grandi banche aumentano i rischi sistemici e di come le banche cooperative e popolari sono invece fondamentali per il sistema e le loro crisi sono molto meno gravi perché proprio la ridotta dimensione consente che la crisi sia assorbita endogenamente dalla stessa rete che creano. Il numero e la dimensione ottimale delle banche popolari o cooperative di un sistema non è, pertanto, qualcosa da stabilire con il tratto di penna di un decreto, ma il frutto ottimale di aggiustamenti di un organismo che ha in sé già strumenti (e li sta usando)per autoemendarsi.Il vero problema, in un mondo dove mettere a disposizione denaro è diventato un’attività a basso rendimento (per via della forte concorrenza) e ad alto rischio, è che banche tese a massimizzare il profitto non hanno alcun interesse a far credito e ne fanno effettivamente sempre meno rispetto all’attività di trading o puramente finanziaria che rende di più e consente di portare più valore agli azionisti. Secondo questa impostazione, piuttosto che prestare risorse a famiglie e imprese, è meglio trasformare lo sportello in un 'emporio' dove si vende di tutto: assicurazioni, polizze, schermi piatti... Solo le banche una-persona-un-voto, quelle con vocazione specifica al credito, si dimostrano capaci di mantenere la loro mission originaria. E la questione è così lancinante che una delle voci più autorevoli del Financial Times, Martin Wolff, è arrivato addirittura a domandarsi se la banca non vada resa nuovamente pubblica per essere sottratta alla logica della massimizzazione del profitto che l’allontana dal credito. Ma questa è un’altra conclusioneesagerata. Basta molto meno. Basta lasciar perdere – se davvero sono coltivate – fantasie di riforma radicale e guardare invece ai progetti di legge di separazione tra banca commerciale (che supporta l’economia reale) e banca d’affari (che supporta la speculazione finanziaria) orientati a ricondurre il sistema bancario alla vocazione originale. Altro che abolizione del sistema capitario.
di Leonardo Becchetti

rassegna stampa: Avvenire 18 gennaio 2015
http://avvenire.ita.newsmemory.com/publink.php?shareid=30f502e22


giovedì 15 gennaio 2015

Crisi e posti di lavoro: l'Italia ne ha bruciati 1,2 milioni, solo la Spagna peggio

L'impatto della crisi sull'occupazione si è fatto sentire nel Sud Europa. In Germania, dal 2008 e alla metà del 2014 le persone al lavoro sono salite di 1,8 milioni. Allarme su giovani che non studiano né lavorano e persone a rischio di esclusione sociale

Crisi e posti di lavoro: l'Italia ne ha bruciati 1,2 milioni, solo la Spagna peggioTra il 2008 e metà 2014, in Italia sono stati persi 1,2 milioni di posti di lavoro: si tratta del secondo paese della Unione europea nel quale sono stati persi più posti di lavoro. E' quanto emerge dal rapporto sull'occupazione e sviluppo della società redatto dalla Commissione Ue. Solo la spagna ha fatto peggio, bruciando 3,4 milioni di posti di lavoro. Dopo l'Italia, la commissione cita la Grecia che ha perso un milione di posti di lavoro su una popolazione complessiva, però, molto più piccola. In Germania i posti di lavoro sono aumentati di 1,8 milioni, nel Regno Unito di novecentomila.

La Commissione nota che "i paesi che offrono posti di lavoro di elevata qualità e un'efficace protezione sociale, oltre ad investire nel capitale umano, si sono dimostrati quelli maggiormente capaci di reagire alla crisi economica". Il rapporto presentato oggi a Bruxelles sottolinea che l'impatto negativo della recessione sull'occupazione e sui redditi "è stato più contenuto nei paesi con mercati del lavoro più aperti e meno segmentati, e dove erano maggiori gli investimenti nella formazione permanente", si legge nel comunicato stampa che accompagna il rapporto. Il documento indica come esempi positivi in particolare i paesi dove "le prestazioni di disoccupazione tendono a coprire un gran numero di disoccupati, sono correlate all'attivazione e reattive al ciclo economico".

Tornando ai numeri, il rapporto ricorda che dal 2008 - sebbene la disoccupazione sia sotto i picchi della crisi - ci sono ancora 9 milioni di persone fuori dall'occupazione. L'Italia è di nuovo citata quando si tratta di parlare di povertà ed esclusione sociale: insieme a Grecia, Irlanda e Spagna il Belpaese è indicato come esempio di grande crescita delle persone in difficoltà da livelli già ragguardevoli. Un problema peculiare che divide l'Europa in Nord e Sud è quello dei Neet, cioè dei giovani che non studiano né lavorano. Il rapporto spiega che sono meno del 10% in Lussemburgo, Olanda, Danimarca, Austria e Germania, mentre superano il 25% in Italia, questa volta con Croazia, Bulgaria, Spagna, Cipro e Grecia.

La Commissione ha messo in anche dal rischio di riduzione del numero di laureati, e dal possibile calo del Pil, derivante da politiche di sussidi per l'occupazione giovanile. Nel capitolo dedicato all'Italia, il rapporto ribadisce le raccomandazioni fatte nel 2014 dalla Commissione, in cui si esortava Roma a prendere misure per aumentare l'occupazione giovanile. Simulando in Italia uno schema di sussidi ai giovani (in età tra i 15 e i 24 anni) sotto forma di riduzioni dei contributi, finanziato da un aumento dell'Iva, la Commissione prevede un effetto positivo sull'occupazione giovanile, ma non manca di sottolineare che tali misure ridurrebbero il numero di laureati e avrebbero un effetto negativo sulla crescita economica.

"Le paghe più elevate renderebbero l'impiego per i giovani più attraente rispetto a un investimento nell'istruzione terziaria," si legge nel rapporto. Questo determinerebbe un aumento dei lavoratori meno istruiti, "con una conseguente riduzione degli investimenti, e quindi del Pil," si legge nel rapporto, basato su una simulazione. Tali effetti negativi potrebbero essere ridotti da un investimento congiunto dell'Italia nei sussidi di disoccupazione per i giovai e nell'istruzione terziaria, conclude la Commissione.



Rassegna stampa: Repubblica 15.1.15 
http://www.repubblica.it/economia/2015/01/15/news/lavoro_disoccupazione_crisi_commissione_ue-104994167/?ref=HREC1-12

mercoledì 31 dicembre 2014

NON PIÚ SCHIAVI, MA FRATELLI


1. All’inizio di un nuovo anno, che accogliamo come una grazia e un dono di Dio all’umanità, desidero rivolgere, ad ogni uomo e donna, così come ad ogni popolo e nazione del mondo, ai capi di Stato e di Governo e ai responsabili delle diverse religioni, i miei fervidi auguri di pace, che accompagno con la mia preghiera affinché cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità.
Nel messaggio per il 1° gennaio scorso, avevo osservato che al «desiderio di una vita piena … appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare».[1] Essendo l’uomo un essere relazionale, destinato a realizzarsi nel contesto di rapporti interpersonali ispirati a giustizia e carità, è fondamentale per il suo sviluppo che siano riconosciute e rispettate la sua dignità, libertà e autonomia. Purtroppo, la sempre diffusa piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità. Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità, assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini “non più schiavi, ma fratelli”.


........I molteplici volti della schiavitù ieri e oggi
3. Fin da tempi immemorabili, le diverse società umane conoscono il fenomeno dell’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo. Ci sono state epoche nella storia dell’umanità in cui l’istituto della schiavitù era generalmente accettato e regolato dal diritto. Questo stabiliva chi nasceva libero e chi, invece, nasceva schiavo, nonché in quali condizioni la persona, nata libera, poteva perdere la propria libertà, o riacquistarla. In altri termini, il diritto stesso ammetteva che alcune persone potevano o dovevano essere considerate proprietà di un’altra persona, la quale poteva liberamente disporre di esse; lo schiavo poteva essere venduto e comprato, ceduto e acquistato come se fosse una merce.
Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità,[4] è stata formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile.
Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù.
Penso a tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli standard minimi internazionali, quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore.
Penso anche alle condizioni di vita di molti migranti che, nel loro drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono privati della libertà, spogliati dei loro beni o abusati fisicamente e sessualmente. Penso a quelli tra di loro che, giunti a destinazione dopo un viaggio durissimo e dominato dalla paura e dall’insicurezza, sono detenuti in condizioni a volte disumane. Penso a quelli tra loro che le diverse circostanze sociali, politiche ed economiche spingono alla clandestinità, e a quelli che, per rimanere nella legalità, accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne, specie quando le legislazioni nazionali creano o consentono una dipendenza strutturale del lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la legalità del soggiorno al contratto di lavoro… Sì, penso al “lavoro schiavo”.
Penso alle persone costrette a prostituirsi, tra cui ci sono molti minori, ed alle schiave e agli schiavi sessuali; alle donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il diritto di dare o non dare il proprio consenso.
Non posso non pensare a quanti, minori e adulti, sono fatti oggetto di traffico e di mercimonio per l’espianto di organi, per esserearruolati come soldati, per l’accattonaggio, per attività illegali come la produzione o vendita di stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale.
Penso infine a tutti coloro che vengono rapiti e tenuti in cattività da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come combattenti o, soprattutto per quanto riguarda le ragazze e le donne, come schiave sessuali. Tanti di loro spariscono, alcuni vengono venduti più volte, seviziati, mutilati, o uccisi.

Alcune cause profonde della schiavitù   
4. Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. Quando il peccato corrompe il cuore dell’uomo e lo allontana dal suo Creatore e dai suoi simili, questi ultimi non sono più percepiti come esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità, ma vengono visti come oggetti. La persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, con la forza, l’inganno o la costrizione fisica o psicologica viene privata della libertà, mercificata, ridotta a proprietà di qualcuno; viene trattata come un mezzo e non come un fine.
Accanto a questa causa ontologica – rifiuto dell’umanità nell’altro –, altre cause concorrono a spiegare le forme contemporanee di schiavitù. Tra queste, penso anzitutto alla povertà, al sottosviluppo e all’esclusione, specialmente quando essi si combinano con ilmancato accesso all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se non inesistenti, opportunità di lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di asservimento sono persone che hanno cercato un modo per uscire da una condizione di povertà estrema, spesso credendo a false promesse di lavoro, e che invece sono cadute nelle mani delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Queste reti utilizzano abilmente le moderne tecnologie informatiche per adescare giovani e giovanissimi in ogni parte del mondo.

.......(continua)

NON PIÚ SCHIAVI, MA FRATELLI - Papa Francesco


venerdì 26 dicembre 2014

Al mondo serve la tenerezza di Dio


La tenerezza di Dio, la sua umiltà e la sua pazienza verso gli uomini: al centro delle parole di Papa Francesco alla Santa Messa della notte di Natale, nella Basilica Vaticana. Il Papa ha sottolineato che arroganti e superbi sono incapaci di accogliere il Signore.
Gesù è il “bambino-sole che rischiara l’orizzonte sorgendo dall’alto”: è questo il miracolo che si contempla nella notte di Natale. Ma per vederlo, dobbiamo aprire il nostro cuore. Così il Papa apre la sua omelia, in una Basilica Vaticana gremita di fedeli, mentre altrettanto numerosi sono quelli che seguono la celebrazione all’esterno, attraverso i maxi-schermi allestiti in Piazza San Pietro. Ricorda, il Pontefice, che luce di Dio “penetra e dissolve la più densa oscurità”, “cancella il peso della sconfitta e la tristezza della schiavitù e instaura la gioia e la letizia”.

La pazienza di Dio nei confronti degli uomini
Violenze, guerre, odio e sopraffazione – continua il Papa – non hanno portato Dio a rinunciare all’uomo. Il Signore ha continuato ad aspettare, con pazienza: “Lungo il cammino della storia, la luce che squarcia il buio ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione. In questo consiste l’annuncio della notte di Natale. Dio non conosce lo scatto d’ira e l’impazienza; è sempre lì, come il padre della parabola del figlio prodigo, in attesa di intravedere da lontano il ritorno del figlio perduto. E tutti i giorni, con pazienza. La pazienza di Dio”.

Dio umile, innamorato delle nostre piccolezze
Ma c’è anche un altro segno che connota Dio: è la sua umiltà, “l’amore con cui ha assunto la nostra fragilità, la nostra sofferenza, le nostre angosce, i nostri desideri ed i nostri limiti”.
“Il messaggio che tutti aspettavano, quello che tutti cercavano nel profondo della propria anima, non era altro che la tenerezza di Dio: Dio che ci guarda con occhi colmi di affetto, che accetta la nostra miseria, Dio innamorato della nostra piccolezza”.

Il mondo ha bisogno di tenerezza, bontà e mansuetudine
Ed è allora che il Papa pone al cuore dell’uomo un interrogativo: come accogliamo la tenerezza di Dio? Ci lasciamo raggiungere da Lui o gli impediamo di avvicinarsi? “La cosa più importante – ribadisce il Pontefice – è lasciare che sia Lui a trovarci, ad accarezzarci con amorevolezza”.
“Permetto a Dio di volermi bene? E ancora: abbiamo il coraggio di accogliere con tenerezza le situazioni difficili e i problemi di chi ci sta accanto, oppure preferiamo le soluzioni impersonali, magari efficienti ma prive del calore del Vangelo? Quanto bisogno di tenerezza ha oggi il mondo! La risposta del cristiano non può essere diversa da quella che Dio dà alla nostra piccolezza. La vita va affrontata con bontà, con mansuetudine”.

Arroganti e superbi incapaci di accogliere Dio
Tenerezza, prossimità, mitezza: questa la preghiera che dobbiamo rivolgere al Signore, continua Papa Francesco, così che possiamo vedere la sua “grande luce”, quella stessa che videro, duemila anni fa, i puri di cuore.
“La vide la gente semplice, disposta ad accogliere il dono di Dio. Al contrario, non la videro gli arroganti, i superbi, coloro che stabiliscono le leggi secondo i propri criteri personali, quelli che assumono atteggiamenti di chiusura”.

Eseguito l’Et incarnatus est di Mozart
Durante la celebrazione, per desiderio del Pontefice, al momento del “Credo” è stato eseguito l’ “Et incarnatus est” della Messa in Do minore di Mozart. Ad eseguirlo è stata l’Orchestra Sinfonica di Pittsburgh guidata dal direttore austriaco, Manfred Honeck. La voce solista è stata Chen Reiss, soprano di origini israeliane. Un canto struggente, che il Papa ha ascoltato in ginocchio, raccolto in preghiera.

Al termine della Messa, invece, il Pontefice ha preso tra le braccia la statua del Bambinello posta davanti all’Altare della Confessione e, in processione, l’ha portata fino al Presepe allestito in Basilica, nella Cappella della Presentazione. Ad accompagnarlo, anche dieci bambini in abiti tradizionali, provenienti da diversi Paesi del mondo: Corea, Filippine, Italia, Belgio, Libano e Siria.

rassegna stampa: Avvenire 26 dicembre 2014

martedì 16 dicembre 2014

Scende la ricchezza delle famiglie italiane: in un anno persi 123 miliardi

Secondo Bankitalia, la ricchezza netta è di 8.728 miliardi (356mila euro per famiglia), pari a quattro volte il debito italiano. Il patrimonio degli italiani è paragonabile a quello dei francesi, ma superiore a quello dei tedeschi. Pesa il calo del valore delle abitazioni (-5,1%) che non è stato sufficientemente compensato dall'aumento delle attività finanziarie. Nei portafogli, 180 miliardi di titoli di Stato

MILANO - La crisi economica sta mettendo a dura prova la solidità finanziaria delle famiglie italiane, che pure continuano a essere tra le più ricche al mondo e tra le meno indebitate. Ma il calo del valore delle abitazioni e il risparmio ai minimi termini - seppure in ripresa - stanno pericolosamente erodendo quel cuscinetto di sicurezza che si è creato in passato.

Secondo l'indagine di Bankitalia, alla fine del 2013 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 8.728 miliardi di euro, corrispondenti in media a 144.000 euro pro capite e a 356.000 euro per famiglia. Si tratta di una cifra pari a circa quattro volte il debito pubblico italiano, quotato e non, circa cinque volte e mezzo il Prodotto interno lordo tricolore.



Alla fine dello scorso anno, però, il valore della ricchezza netta complessiva è diminuito rispetto all'anno precedente dell'1,4 per cento a prezzi correnti: dal cumulo di 'beni' delle famiglie si sono  volatilizzati 123 miliardi. "La flessione del valore delle attività reali (-3,5 per cento), dovuta al calo dei prezzi medi delle abitazioni (-5,1 per cento)", spiega via Nazionale, "è stata solo in parte compensata da un aumento delle attività finanziarie (2,1 per cento) e da una riduzione delle passività (-1,1 per cento). In termini reali la ricchezza netta si è ridotta dell'1,7 per cento rispetto al 2012. Dalla fine del 2007 la flessione a prezzi costanti è stata complessivamente pari all'8 per cento".

Purtroppo il trend non si è arrestato nel corso di quest'anno: nota infatti Bankitalia che secondo le "stime preliminari, nel primo semestre del 2014 la ricchezza netta delle famiglie italiane sarebbe ulteriormente diminuita dell'1,2 per cento in termini nominali rispetto allo scorso dicembre".

Quanto alla composizione del portafoglio degli italiani, le attività reali rappresentavano il 60 per cento del totale, quelle finanziarie il restante 40 per cento. Le passività, cioè i debiti, sono inferiori a 900 miliardi di euro, e rappresentano poco più del 9% delle attività totali.

Un punto di luce nel rapporto di Palazzo Koch è dato dal fatto che nel 2013 il risparmio, dopo otto anni di diminuzioni, "è tornato a crescere, risultando pari a 46 miliardi di euro contro i 34 dell’anno precedente". Gli italiani sono però rimasti delusi dai "capital gains", cioè le variazioni o i rendimenti dei prezzi delle attività reali e finanziarie: nel 2013 sono stati negativi per 195 miliardi di euro, "per effetto del calo dei prezzi delle abitazioni e delle altre attività reali non completamente compensati dai capital gains finanziari".

Alla fine del 2013, la ricchezza abitativa detenuta dalle famiglie italiane superava i 4.900 miliardi di euro; tale valore registrava una flessione del 4,1 per cento rispetto all'anno precedente (-4,4 per cento in termini reali).

Tra le attività, quelle finanziarie si fermavano invece a 3.848 miliardi, in crescita del 2,1 per cento sul 2012. Azioni e obbligazioni private, fondi e partecipazioni in società o titoli esteri ammontavano al 43 per cento del totale, mentre la quota di titoli di Stato era pari al 4,7%, cioè ammontava a circa 180 miliardi. Sul versante delle passività, degli 886 miliardi totali la parte del leone era costituita da mutui per la casa (380 miliardi).

Guardando fuori dai confini del Belpaese, Banca d'Italia può annotare che "nonostante il calo degli ultimi anni, le famiglie italiane mostrano nel confronto internazionale un'elevata ricchezza netta, pari nel 2012 a 8 volte il reddito lordo disponibile; tale rapporto è comparabile con quelli di Francia, Giappone e Regno Unito e superiore a quelli di Stati Uniti, Germania e Canada. Il rapporto fra attività reali e reddito disponibile lordo, pari a 5,4, è inferiore soltanto a quello delle famiglie francesi; relativamente basso risulta il livello di indebitamento (81 per cento del reddito disponibile), nonostante i significativi incrementi dell'ultimo decennio".




 
rassegna stampa: Repubblica 16.12.2014


giovedì 11 dicembre 2014

L'Italia nella trappola dell'usura

La crisi economica ha trascinato impiegati e pensionati nella rete degli strozzini. È la prima volta e i numeri del fenomeno sono impressionanti. Nella sola Emilia Romagna (una delle regioni più colpite) le denunce nell'ultimo anno sono aumentate del 200%. Ribellarsi però non è facile e chi sceglie di farlo rischia di trovare la strada sbarrata dalle norme bancarie.




Indebitarsi per battere la crisi


Dalle botte alla denuncia, la rinascita di Mario
"Diventiamo vittime per il tenore di vita"
Un prestito per lo smartphone
 

ROMA - Il ceto medio è sotto usura. Impiegati, liberi professionisti, ma anche pensionati: la crisi morde e a rivolgersi agli strozzini non sono più solo gli imprenditori o i giocatori d'azzardo. Negli ultimi cinque anni il 52 per cento dei soggetti che si sono rivolti agli ambulatori della Federazione delle associazioni antiracket e antiusura (Fai) dislocati sul territorio nazionale sono persone con un reddito fisso, le famiglie della porta accanto. Un fenomeno in crescita specie al Nord, terra di conquista delle mafie. "Quando è arrivata la crisi - spiega il coordinatore della Fai, Luigi Ciatti - il sistema di assistenza non si è fatto trovare pronto. E ancora oggi su 33 associazioni iscritte negli elenchi del ministero dell'Economia e deputate a  gestire i fondi di prevenzione, solo sei agiscono dalla Toscana in su".

I dati più recenti del Viminale, relativi al 2013, sono eloquenti.  In Emilia Romagna i reati di usura sono aumentati del 219 per cento (schizzando dai 21 del 2011 ai 67 nel 2013, con 31 denunce e 43 vittime accertate). Stesso discorso per la Lombardia, dove imperversa la criminalità organizzata e il numero delle denunce è cresciuto del 54 per cento (da 48 nel 2011 a 74 nel 2013 ). Allarme rosso anche nel Lazio: lì gli arresti nell'ultimo anno sono incrementati di oltre il 20 per cento rispetto al biennio precedente. A livello generale, in Italia il fenomeno si è espanso e i reati riscontrati dalle forze dell'ordine sono cresciuti del 30 per cento (da 352 del 2011 ai 450 del 2013). Numeri che fotografano purtroppo solo la punta dell'iceberg, visto che, come è comprensibile, solo una minoranza tra le vittime trova il coraggio di denunciare i propri carnefici. Inoltre sono sempre di più le donne che rischiano di soffocare nelle spire degli strozzini. Nel Lazio il numero è addirittura superiore a quello degli uomini: 617 contro 598 nel 2013.


rassegna stampa: Repubblica 
 http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/11/25/new/l_italia_nella_trappola_dell_usura-101394338/

 

venerdì 5 dicembre 2014

Il Censis e l'Italia: "Famiglie e imprese bloccate dalla paura del futuro"

Un aumento più che consistente del risparmio testimonia i timori degli italiani: il 60% teme di poter diventare povero da un momento all'altro. De Rita: "Questo Paese ha il capitale, ma non lo sa usare". Alla politica: "Orienti le aspettative". Forte aumento dei Neet e della disoccupazione giovanile, aumentano le disuguaglianze, eppure l'Italia ancora piace: 200 milioni nel mondo parlano la nostra lingua.


"Questo è un Paese che ha capitale, e non lo sa usare - dice il presidente del Censis, Giuseppe De Rita - E' il Paese del capitale inagito". Non solo per le famiglie, anche per le imprese, che non investono più: gli investimenti nel 2013 hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi 13 anni. Nello spreco di otto milioni di persone che non lavorano, di un patrimonio culturale che non viene utilizzato. "Questo capitale inagito è la cosa più angosciante che c'è in Italia", lamenta De Rita, che cita le parole del frate francescano Bernardino da Feltre: "Moneta potest esse considerata vel rei vel, si movimentata est, capitale", solo la moneta movimentata diventa capitale. Il presidente del Censis fa appello alla politica, perché ridiventi "arte di guida", immedesimandosi nuovamente nello Stato e recuperando la reputazione persa. Alla politica non tocca tanto la gestione del potere, quanto l'orientamento delle aspettative del Paese: "Nessuno più sa orientare le aspettative, eppure tutto nasce da un'aspettativa".

Senza aspettative, rimane solo "un adattamento alla mediocrità: si regge. Due tre anni fa alla domanda come va si rispondeva ancora 'stiamo malissimò - ricorda De Rita - adesso abbiamo preso atto che la ripresa non c'è, non c'è neanche la ripresina, quindi reggiamo. Rimane la solitudine del singolo, che non sa dove andare. Si è liquefatto il sistema: stiamo diventando non tanto una società liquida o molecolare, ma una società profondamente asistemica". Che si deteriora di giorno in giorno: "Il rischio è che l'attuale deflazione economica si trasformi in deflazione delle aspettative, che porta all'attendismo e al cinismo, alla solitudine e allo sfilacciamento dei legami comunitari", osserva il direttore della comunicazione del Censis, Massimiliano Valerii, che quest'anno ha presentato per la prima volta la sintesi del rapporto.

Famiglie "liquide" e strategie di evasione. E' singolare che in un Paese in recessione per la terza volta in sei anni contanti e depositi bancari possano aumentare, eppure è così, più 4,9% tra il 2007 e il 2013. Il 44,6% delle famiglie destina il proprio risparmio  alla copertura da possibili imprevisti. In più, il contante è anche lo strumento preferito per quella che il Censis chiama "l'immersione difensiva degli italiani": il nero, il sommerso, l'evasione e l'elusione fiscale. La spesa pagata in contanti dalle famiglie italiane, le ultime in Europa per l'utilizzo dei sistemi di pagamento elettronici, si può stimare in circa 410 miliardi di euro, il 41% del totale.

I giovani: il grande spreco. I 15-34enni costituivano già prima della crisi il 50,9% dei disoccupati, ma adesso sono arrivati a quota 75,9%. In forte aumento anche i Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività di formazione, passati dai 1.946.000 del 2004 ai 2.435.000 del 2013. I giovani sono anche la maggior parte dei sottoinquadrai, orami il 19,5% degli occupati. Nel 2004 era occupato il 60,5% dei giovani, nel 2012 era occupato il 48%: in meno di dieci anni sono scomparsi oltre 2,6 milioni di occupati, con una perdita di oltre 142 miliardi di euro che si ripercuote drammaticamente già adesso sul sistema di welfare. Per chi lavora i salari sono bassissimi: di 4,7 milioni di giovani che vivono per conto proprio, oltre la metà ricevono un aiuto economico dai genitori.

E lo spreco del patrimonio culturale. L'Italia non spreca solo le sue energie umane migliori, ma anche un patrimonio culturale che pone il nostro Paese al primo posto nella graduatoria dei siti Unesco. Se ne occupano infatti solo 304.000 lavoratori, l'1,3% del totale, la metà di quelli degl Regno Unito (755.000) e della Germania (670.000), ma molto meno anche dei 409.000 della Spagna. I risultati sono evidenti in termini economici: nel 2013 il settore della cultura produceva un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro, contro i 35 miliardi di euro della Germania e i 27 della Francia. Calano anche i consumi culturali interni, visto che gli italiani sono costretti a tagliare su tutto: la quota di chi è andato a visitare un museo o una mostra è passata dal 30,1% del 2010 al 25,9% del 2013, mentre quella di chi ha visitato siti archeologici e monumenti dal 23,2% al 20,7% e di chi ha assistito a uno spettacolo teatrlae dal 22,5% al 18,5%.

Cosa conta davvero nella vita.
Non c'è da stupirsi di come, in una società così spaventata, impoverita e ripiegata su se stessa gli italiani siano particolarmente cinici nel rispondere alla domanda su quali siano i fattori più importanti per riuscire nella vita. L'intelligenza raccoglie solo il 7% delle risposte, il valore più basso dell'Unione Europea. All'istruzione va meglio perché viene indicata dal 51% contro però l'82% della Germania e il 63% della media europea, mentre il lavoro duro conta per il 46% degli intervistati contro il 74% del Regno Unito. Superiamo gli altri Paesi quando si arriva alle conoscenze giuste (indicate come fattore chiave dal 29% degli italiani contro il 19% dei britannici), alla provenienza da una famiglia benestante (20% contro il 5% indicato dai francesi).

L'aumento delle distanze e della disuguaglianza. Con la crisi le distanze tra le aree del Paese si sono acutizzate. Così, se il tasso di occupazione della fascia 25-34 anni a Bologna è il 79,3%, a Napoli si ferma al 34,2%, mentre la quota di laureati passa dall'11,1% di Catania al 20,9% di Milano e la quota di persone che non pagano il canone Rai passa dal 58,9% ancora una volta di Napoli al 26,8% di Roma.

L'ascesa degli immigrati. Gli immigrati sembrano affrontare la crisi meglio degli italiani. Negli ultimi sette anni infatti le imprese con titolare extracomunitario sono aumentate dle 31,4% mentre quelle gestite da italiani sono diminuite del 10%. Diffusissimi i negozi di alimentari gestiti da stranieri, soprattutto quelli di frutta e verdura, che a fine 2010 rappresentavano il 10% del totale. Vi fanno la spesa, almeno qualche volta, 33 milioni di italiani. Bene anche le imprese artigiane, cresciute del 2,9% negli ultimi due anni contro il calo del 4,5% di quelle italiane.

Eppure l'Italia ha ancora appeal.
In questo panorama desolante, il Censis ha raccolto alcuni dati che testimoniano la persistenza di un certo fascino del "modello Italia" all'estero. Siamo la quinta destinazione turistica al mondo con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi, con un aumento del 6,8% rispetto al 2012. L'export del Made in Italy è aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. E poi, forse il dato più stupefacente, 200 milioni di persone parlano la nostra lingua nel mondo.

rassegna stampa: Repubblica 5.12.2014
http://www.repubblica.it/economia/2014/12/04/news/rapporto_censis-102141895/



giovedì 4 dicembre 2014

Wall Street brinda al flop di Obama

Wall Street brinda al flop di Obama

Ma il vero problema è che i mercati finanziari hanno raggiunto una dimensione incontrollabile. Si ricomincia a parlare di rischio sistemico... 
La crisi finanziaria ha indebolito la capacità di governo della politica proprio in ambito economico e ha trasferito sulle Banche Centrali il compito di attuare le policy per cercare di uscire dalla
crisi, investendo tali istituti di un ruolo di supplenza. Gli interventi monetari non convenzionali di “espansione quantitativa” ne sono la prova più evidente.
In particolare in questi anni di grave crisi economica, il trend positivo dei mercati finanziari, sempre più scorrelato dall’andamento dell’economia reale, ha svolto un ruolo “quasi di compensazione” socialmente utile. I risultati positivi dei portafogli investiti nei mercati finanziari hanno infatti rassicurato in parte i consumatori. Inoltre i mass media non hanno avuto un’ulteriore occasione per enfatizzare la crisi con grida di allarme sull’andamento delle Borse.  

...Ma soprattutto il vero problema è che i mercati finanziari hanno raggiunto una dimensione tale da divenire incontrollabili. Inoltre l’applicazione in essi di tecnologie avanzate li rende ulteriormente
vulnerabili. Il mercato obbligazionario valeva 70.000 miliardi di dollari nel 2007 e ne vale ora oltre 100.000 miliardi. I derivati ammontano a 691.000 miliardi.  Se si sommano Borse e valute si arriva a
cifre impensabili.

martedì 2 dicembre 2014

Il paradosso delle due Italie: ricchezza privata record (a 4mila miliardi) e debito pubblico ai massimi

Vista così sono due Italie. Due mondi che non si parlano, o meglio stanno agli antipodi. Nel 2014 la ricchezza finanziaria detenuta dalle famiglie italiane toccherà i suoi massimi storici, superando i livelli del 2006-2007, gli anni pre-crisi. Questo mentre il Paese sfiora la sua terza recessione, con la disoccupazione ai picchi assoluti e il debito pubblico che continua a inannellare nuovi record. Due Italie, quella pubblica con i conti sempre in bilico, e quella privata sempre più ricca.
 
La ricchezza in titoli e contanti sfiora i 4.000 miliardi
Un paradosso vero? Eppure è così. Già a marzo di quest'anno secondo quanto rileva un rapporto dell'Ufficio studi di Bnl, c’è stato il sorpasso. La ricchezza mobiliare (conti correnti, azioni, titoli di Stato, polizze, fondi comuni) delle famiglie italiane è salita a 3.858 miliardi, battendo il precedente record di 3.738 miliardi del 2006 e crescendo di 400 miliardi dal 2011. E di certo il record è destinato a incrementarsi. Basti il dato sul risparmio gestito che ha toccato anch'esso il suo record di sempre sfondando quota 1.500 miliardi lo scorso mese. Certo buona parte dell'incremento è da attribuire alle performance di azioni, bond, fondi comuni. Con gli asset finanziari in continua progressione di valore dal 2009 in poi, il patrimonio investito non ha fatto che incrementarsi. Ma una parte significativa è nuova liquidità messa a fruttare.
 
110 miliardi di nuovi flussi in 10 mesi nel risparmio gestito
Ancora i dati dell'industria del risparmio gestito dicono che la raccolta netta cioè il saldo attivo dei nuovi flussi di denaro investito è stato nei primi 10 mesi del 2014 di ben 110 miliardi. C'è capitale disponibile che non viene speso, non viene immesso nel circuito dell'economia reale, ma viene messo da parte, immobilizzato per mesi se non per anni. Produce, finché le borse e i bond salgono, un poderoso effetto ricchezza che si cumula. Ecco il paradosso.
 
Ricchezza ineguale: il 10% degli italiani ne possiede il 50%
L’Italia non cresce da decenni, il Pil viaggia stentatamente con percentuali di zero virgola e il debito pubblico ha superato i 2000 miliardi. Una cifra imponente quella del debito pubblico che è però solo la metà dell'intera ricchezza finanziaria posseduta dagli italiani. Che, letta così, appaiono popolo ricco, quanto meno rispetto ai concittadini europei. Questo appare evidente – rileva lo studio di Bnl – passando dai valori aggregati a quelli pro-capite. Alla fine di marzo, ciascun italiano deteneva in media poco più di 65mila euro di attività finanziarie. I francesi e i tedeschi si fermavano ad una disponibilità media pro-capite pari a circa 63mila euro, gli spagnoli si dovevano accontentare di 40mila euro. Ma le medie sono ingannevoli, sono come i polli di Trilussa. Gli osservatori più attenti fanno notare che la distribuzione della ricchezza è affatto omoegenea. Molte famiglie detengono livelli modesti o nulli di ricchezza, mentre poche famiglie dispongono di patrimoni molto elevati. In Italia il 10% più ricco della popolazione detiene il 50% della ricchezza complessiva. Di quei quasi 4.000 miliardi di patrimonio sui conti correnti, nei fondi comuni, nelle polizze, impiegati in Borsa e in Btp ben 2.000 miliardi sono appannaggio di 2 milioni di famiglie italiane sui 20 milioni di nuclei familiari. Ricchezza tanta ma ineguale, quindi. Sta di fatto che capitale investito in titoli e contanti per oltre due volte il Pil e per il doppio del debito pubblico italiano dice che ci sono davvero due Italie. Quella che lotta ogni anno con Bruxelles per far quadrare i conti pubblici a livello europeo e quella che ha passato indenne la crisi.
 
L'Italia non spende ma accumula
Anzi si è arricchita e continuerà ad arricchirsi se i mercati finanziari continueranno a crescere. Ma questo dualismo dice che l'Italia delle famiglie con grandi disponibilità non spende, accumula per il futuro. Un segno di sfiducia che si legge nelle statistiche sui consumi interni che languono da anni. Chi non ce la fa spende sempre meno e intacca i pochi risparmi per sopravvivere. Chi ha mezzi ingenti, risparmia sempre di più. Per un futuro che, si sa, è denso di incognite per l'Italia pubblica.

rassegna stampa: Il sole 24 Ore 30.11.2014
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-11-30/il-paradosso-due-italie-ricchezza-privata-record-a-4mila-miliardi-e-debito-pubblico-massimi-171629.shtml